: 03 / short review
Short Review

"Diario di una vita tranquilla" di Tetsuya Chiba

Lo sguardo di un bambino e l'ironia di un vecchio: l’autobiografia di Tetsuya Chiba.

22 ottobre: l'annuncio della scomparsa - all’età di 87 anni - di Tetsuya Chiba, pluripremiato autore il cui talento non si riassume nel solo Ashita no Joe, sebbene questo abbia assunto uno statuto mitico sia in patria che in Italia (sceneggiatura di Asao Takamori, Rocky Joe in traduzione) e primo mangaka a essere insignito, due anni fa, dell’Ordine della Cultura nipponico, invita a tuffarsi nell’autobiografico Diario di una vita tranquilla, i cui primi due volumi Star Comics ha meritoriamente edito proprio quest’anno, e nel quale Chiba si racconta, letteralmente, dalla culla alla vecchiaia.

E certo, i colori vivi come il tratto rotondo possono sorprendere chi è invece abituato al dinamismo e alle asperità del segno inconfondibile di Rocky Joe. Ma sarebbe far torto al vocabolario padroneggiato - o addirittura inventato - da Chiba, tra le altre cose pure rettore dell’Università delle arti di Bunsei dopo aver lì creato il Dipartimento di manga ove insegnò per anni.

L’approccio grafico e cromatico, così come la scelta formale di limitarsi a quattro pagine (le quattro vignette della striscia qui espanse), gli sono infatti consustanziali per raggiungere quella distanza che gli permette di raccontare - con gli occhi del bambino che fu - fatti altrimenti terribili: l’infanzia nella Manciuria cinese occupata durante la Seconda Guerra Mondiale al seguito del padre impiegato in una tipografia, la discriminazione reciproca tra occupanti e occupati, le esazioni che esplosero alla disfatta giapponese (fucilazioni sommarie, strupri, vendette), il terribile viaggio a piedi intrapreso dalla famiglia costellato di fame, morte e una stanchezza che solo chi ha vissuto la guerra può conoscere, per arrivare finalmente alla nave che li riportò a casa. Come unico bagaglio, la vergogna dei profughi in una patria che li accolse con astio perché "brutti, sporchi e sconfitti", tanto per parodiare un celebre film italiano.

Chiba cede a questo rigore e alla luce della gioia infantile poco volte, e sono commoventi. Come quando ritrae il padre, mortificato dalla propria condizione, che rifiuta di salire in autobus per timore di essere riconosciuto e aspetta la notte per presentarsi alla madre, accasciato su una panca come Rikiishi, l’antagonista di Joe, immobile all’angolo prima di morire.

Senza buonismi, la speranza non cede mai il passo alla disperazione: è l’ingenuità intatta di un bambino e lo sguardo colmo di dolcezza e ironia di una vecchio a salvarla. Ed è una lezione di vita.

Vasco Zara · 05.11.2026 · 2 min di lettura
Vasco Zara

«Mi disseto un momento e cominciamo subito»

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