Torna su Dylan Dog Mauro Aragoni - dopo il buon esordio con Pasquale Ruju su Dylan Dog n. 458 Bis L'oscuro messaggero - e lo fa con una storia fortemente horror che si snoda angosciante nel tessuto rurale, con un Dylan Dog sempre centrale e ben sfruttato (a differenza di un Groucho bellamente ignorato).
Il racconto vive soprattutto di atmosfere che la sceneggiatura sa soppesare e che il disegno di Corrado Roi esalta, ancora una volta, in maniera eccelsa. L’horror non è infatti mai fine a se stesso e riesce così a intrigare e a regalare momenti di grande efficacia.
Aragoni è bravo anche a confondere, a lasciare un costante senso di dubbio e a non apparecchiare la soluzione in modo troppo prevedibile, gestendo la caccia al serial killer con furbizia e intelligenza. Dylan e Julie si muovono sulle tracce dell’assassino in maniera quasi credibile e la loro alchimia - a tratti riuscita - rende piacevole l’incedere della storia. E la svolta finale si rivela convincente e interessante, merito proprio della messa in scena misurata che Aragoni adotta per il suo svolgimento. Peccato che la sceneggiatura sia un po’ fumosa sulle scie di omicidi e che i singoli elementi dell’indagine richiedano una suspension of disbelief notevole. Chiara la necessità di suggestionare con le atmosfere più che con una ferrea trama investigativa, ma alcuni passaggi rimangono alquanto artificiosi e difficili da digerire tra salti temporali enormi, tratte ferroviarie e omicidi seriali indefiniti, nonché carneficine di interi villaggi ad opera di una sola persona armata di fil di ferro. Ne consegue che la ricerca logica di appigli da parte del lettore viene, più spesso del lecito, esasperata al massimo.
Un buon racconto, quindi, che però non trova il giusto equilibrio fra fascino del mistero, enigmatico serial killer, paesaggio rurale, centralità di Dylan e svolta sovrannaturale e che, a conti fatti, si regge sull’ottima resa dell’atmosfera più che sul reale dipanarsi del giallo.



















