: 03 / short review
Short Review

Gambadilegno in... Fuga da Arkatrap

Un'avventura del vecchio Pietro su Topolino n.3682

Per noi ragazzi degli anni '60, che ormai non sono più soltanto un decennio del secolo scorso, l'universo disneyano prevedeva una gerarchia abbastanza stringente: i protagonisti erano il Venerabile Topo oppure i Paperi adulti Nipote e Zio, un passettino più indietro Pippo e poi i Paperini; gli altri non pervenuti, se non occasionalmente.

È un imprinting; che discendeva da un ordine naturale - confermato dal fatto che le occasionali sortite al di fuori di quella gerarchia istituzionale si rivelavano in genere per storielline insipide.

Ancora oggi viviamo perciò come insolita, e altresì bizzarra, la situazione di una storia dove non soltanto i protagonisti naturali non sono in prima fila, ma sono anzi assenti del tutto.

Naturalmente il vecchio Pietro, star assoluta di questo racconto, è un personaggio disneyanamente vecchio, primordiale più precisamente, visto che ha felicemente tagliato il traguardo del secolo di vita e ha un'anzianità di servizio superiore anche a quella del Topo; la sua scelta non dovrebbe essere dunque così tanto insolita, ma vuoi anche perché in fondo è l'archetipo del Cattivo disneyano (e cent'anni fa era davvero una bella carogna, e ancora cinquant'anni fa noi ragazzi degli anni '60 lo vedevamo come tale) il suo casting da protagonista, e in un ruolo tutto sommato positivo, ci suona come una scelta bizzarra.

Tanto premesso, questa Fuga da Arkatrap, pubblicata sul Topolino 3682, è un piccolo gioiello di leggerezza, garbo e aereo umorismo. Il racconto è principalmente una parafrasi in chiave burlesca e disneyana de Le ali della libertà, condotta con perfetta scelta e gestione dei tempi comici e narrativi e una attenta gestione dei personaggi, con il vecchio Pietro in veste di brillante e assoluto mattatore e il direttore Truebaker e il mite Sleepy a fare da puntuali spalle. 

Dinamico, spigliato, modernamente nervoso e visivamente rigoglioso, il tratto di Stefano Intini dà forma compiuta ai testi di Michele Medda, li traduce in gag dalla fisicità esuberante e ne sottolinea la levità ironica.

Quei ragazzi degli anni '60 eravamo abituati, come accennavo implicitamente, a storie più ruvide e dal sapore più intenso, e probabilmente questo ci condiziona nell'apprezzamento estetico di tanto fumetto popolare contemporaneo che ci appare, a ragione, sovente troppo delicato.

Le sfide e gli intralci della modernità, tuttavia, possono essere subìti, oppure invece sormontati: magari aggirandoli, o vuoi anche prendendoli per il c... elegantemente per i fondelli. O più semplicemente ancora, come qui, facendo della delicatezza talvolta eccessiva imposta da certo revisionismo culturale odierno non un ostacolo da abbattere o aggirare ma bensì un obiettivo a cui dare, decostruendone la struttura, nuova e diversa forma.

I testi di Medda e i disegni di Intini si fanno dunque letterariamente sottili e visualmente lussureggianti, quasi fossero di filigrana intrecciata come nell'oreficeria sarda, recuperando in grazia ed eleganza formali quanto può perdersi di più rustica sostanza, e rendendo preziosa agli occhi di un vecchio lettore nostalgico una storia minimale, che probabilmente il frettoloso lettore d'oggi snobba con noncuranza.

Vincenzo Oliva · 29.06.2026 · 2 min di lettura
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