Morale della storia (e della sua fonte): a questo mondo ogni cosa ha un prezzo; nessuno dà niente per niente; a ogni azione corrisponde una reazione; eccetera eccetera. Insomma, se ti regalano qualcosa, o giù di lì, forse è meglio che tu metta biancheria intima in acciaio.
Lunghissima è la tradizione delle Grandi Parodie Disney che hanno donato ai lettori di Paperi e Topi decine e decine di versioni comicizzate di innumerevoli capolavori letterarii (e non solo), spesso producendo capolavori del tutto nuovi e degni della fonte originaria; tuttavia questo adattamento del racconto La giacca stregata di Dino Buzzati è sottilmente diverso nel suo linguaggio narrativo dalla classica parodia disneyana.
Michele Medda non (stra)volge infatti l'opera originale nella sua versione umoristica; prende invece il canovaccio di base, seguendolo fedelmente nelle sue linee essenziali, e compie sulla storia, che in Buzzati naturalmente è drammatica, tinta di tragedia e denuncia delle meschinità dell'uomo, un lavoro di adattamento alla grammatica e all'estetica Disney senza rinunciare a mantenere un fondo di inquietudine, venato finanche d'angoscia, nell'animo di Paperino, fondo che emerga all'attenzione del lettore - minimo certamente, sufficiente però a posizionare il racconto non sul versante opposto, parodistico, dell'originale buzzatiano quanto se mai accanto a esso; soltanto in una dimensione letteraria parallela.
Lettura confortata dalla chiusura della storia, in apparenza sbrigativa ma in realtà semplicemente conclusiva di questo schema, e al contempo perfettamente disneyana nella sua resa umoristica e del pari aderente a quel sottofondo di leggero turbamento che il lettore ha provato alle vicissitudini di Paperino, e che appunto l'ultima vignetta del racconto non scioglie, creando certamente non un finale aperto, e però aperto alla possibilità di ulteriori accadimenti. Un finale non aperto alla volgarità di un sequel, ma alla fantasia autonoma del lettore.
Agli occhi della memoria di un lettore veterano (molto veterano) che frequenti la magione disneyana da quasi sessant'anni, ma lo abbia fatto molto raramente dopo la fine degli anni '70, il Giorgio Cavazzano d'oggi, di questa storia, è pressoché irriconoscibile. E lascia profondamente ammirati. Lascia ammirati un disegno che si fa ormai linee essenziali, che con nettezza "chirurgica" danno forma e straordinaria espressività ai personaggi.
L'esplosivo dinamismo cinetico che la memoria richiama si è volto in una sintesi estrema tra morbidezza e spigolosità, cui riesce una fusione che ha del sorprendente, e che produce quasi delle silhouette, personaggi ritratti con eleganza stilizzata, ariosa non meno che "nervosa"; e che al tempo medesimo il maestro veneziano ha quindi saputo porre in piena risonanza emotiva con la quasi impalpabile velatura perturbante della sceneggiatura meddiana, sottolineandone alla perfezione l'aspetto qualificante.
Restiamo in attesa delle prossime storie.


















