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Short Review

Martin Mystère n.428-429 “Le pagine perdute” e "Il tempio dimenticato"

La figlia di Mazinga? No, la sorella di Thor

La buona notizia è che "là fuori" nel mondo ci sono ancora mysteri da scoprire.
La notizia che lascia interdetti è che la combo "nazismo + templi subacquei" torna periodicamente fuori.
La notizia che dà sollievo è che la citata combo viene applicata in formule per quanto possibile alternative, e senza puntare su un voluto effetto del tipo "more of the same".
La notizia meno buona è che la resa di tutti questi (più o meno validi) elementi semplicemente non funziona granché.
Andiamo con ordine.

La mitologia frisona è un tema effettivamente poco battuto nel mysterume degli ultimi 40 e passa anni; Giovanni Eccher mostra di saper maneggiare le carte, trovando un escamotage non banale per collegarlo addirittura ad Atlantide, sebbene inevitabilmente alcune dinamiche siano già saltate fuori a suo tempo, con l'ovvio coup de théâtre che ormai non funziona più.

Il tema del libro mysterioso - l'Oera Linda - che viene inseguito da più soggetti ambigui è qui scolasticamente funzionale; peccato quindi che la necessità di far quadrare i conti porti a introdurre personaggi poco più che monodimensionali - tra l'altro, gestiti attraverso un overacting alquanto fuori luogo - e a infilare alcuni snodi narrativi troppo superficiali - il mercenario cui viene mozzata una mano, guarda caso lavora per un’azienda che si occupa di robotica, così l'arto gli viene rimpiazzato senza troppi fronzoli.

La psicologia dei personaggi si mantiene non approfondita anche nel classico caso di figure attorno alle quali costruire un twist, le quali sanno sempre dove andare e cosa fare: una sorta di onniscienza che sembra funzionare anche nei confronti di Martin, della cui "reale" biografia sembra a un certo punto che sia a conoscenza almeno un terzo della popolazione mondiale, tante sono le volte che si è ricorso a questo siparietto!

Il contributo di Renato Nisi, dal canto suo, vuole con ogni probabilità cercare di apparire inusuale per la testata, e forse per questo originale in una qualche misura - un po' come Freghieri al suo esordio sulla serie. Peccato però che il tutto appaia come una commistione di stili che non solo fatica a trovare una cifra distintiva univoca, ma arranca anche nella scelta dei tempi cui attribuire questa o quella particolare nuance. Il risultato rende la sensazione di un generale disequilibro che, se possibile, depaupera il già non nutrito arsenale dei testi.

In definitiva, una storia che scimmiotta un certo stile erudito e patinato sulla falsariga di Glenn Cooper, o Matilde Asensi, ma che in realtà procede solo perché deve farlo.
Allora, anche il lettore è chiamato a darle credito solo perché "deve farlo"?

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Oscar Tamburis · 17.03.2026 · 2 min di lettura
Oscar Tamburis

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

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