Luca Vanzella, come anticipato nell’editoriale, riprende apertamente l’impianto narrativo de La falce dei cieli di Ursula K. Le Guin e l’idea del sogno che altera retroattivamente la realtà. Il debito è evidente: la figura dello “specialista” convinto di poter indirizzare il potere di Jerzy verso un’idea di bene superiore, la cancellazione del razzismo attraverso l’omologazione, le basi lunari, la presenza aliena e molti altri punti di contatto. Le dinamiche restano sostanzialmente le stesse e la sensazione di trovarsi davanti a un adattamento, più che a una rielaborazione, è forte.
Tuttavia Vanzella non si limita all'operazione di ricalco e, inserendo Dylan Dog dentro questa architettura, sposta il fuoco sulla relazione tra il sognatore-demiurgo e l’osservatore scettico.
Lo fa con una scrittura solida, con dialoghi credibili, naturali, mai declamatori. Il ritmo di conseguenza funziona molto bene e ne viene fuori una storia che si legge velocemente, a tratti brillante e capace di stratificare dimensioni para-oniriche con una certa eleganza tecnica.
Manca, però, un vero peso emotivo se non, in parte, quello legato al turbamento del sognatore, Jerzy: perché se tutto può essere riscritto, nulla sembra davvero definitivo. Le conseguenze antropiche e ucroniche dei sogni restano qui sullo sfondo, più mostrate che vissute. È affascinante, sì: ma è anche un po’ passivo. Le trasformazioni scorrono come variazioni concettuali più che come fratture reali, limitandosi ad accennare le conseguenze etiche e filosofiche del poter manipolare la realtà attraverso i sogni.
Ci si interroga quindi su come ogni tentativo di creare un mondo «perfetto» possa produrre effetti contrari ai buoni propositi iniziali e non sempre si traduce in un impatto emotivo proporzionato.
Sul piano grafico, le matite di Piero Dall’Agnol, rifinite e inchiostrate da Giorgio Pontrelli, producono un risultato straniante ma coerente con il mood surreale del racconto. Il disegno è poco dinamico, molto concentrato sui personaggi e sulla stilizzazione. Funziona perché non cerca il realismo, preferendo accentuare l’idea della storia e facendo eco alla sua stratificazione onirica.
















