Questa avventura bis autunnale arriva presentata da Barbara Baraldi come un omaggio al cinema slasher: una presentazione che, però, si rivela più dichiarata che tradotta in immagini. Il racconto effettivamente cita Craven, Carpenter e Gillespie, ne assorbe l’impianto investigativo e i meccanismi di tensione, ma rimane ben lontano dal mostrare il genere nella sua fisicità più riconoscibile e nei suoi tratti peculiari. L’orrore evocato resta infatti quasi completamente assente, richiamato a parole più che messo in scena.
Giovanni Eccher, da un soggetto scritto con Liliano Capobianco, costruisce comunque un giallo solido e ben ritmato. La storia scorre con una naturalezza che fa piacere ritrovare grazie ad una struttura che, pur presentando comprimari alquanto stereotipati, riesce a reggersi bene. Indizi dosati con intelligenza, personaggi che entrano ed escono senza appesantire, un colpo di scena finale che sa sorprendere. È un lavoro pulito, controllato, un prodotto che funziona per un whodunit, ma che finisce per smussare proprio quel lato più ruvido e disturbante che un richiamo allo slasher avrebbe potuto legittimare.
A rafforzare questa impressione contribuiscono i disegni di Giancarlo Alessandrini. Precisi, ordinati, fortemente leggibili, ma troppo distanti dall’immaginario sanguigno e sporco che il genere richiamerebbe. La sua linea non concede ombre, non sporca le superfici, non crea - neanche nelle scene più crude - quell’incertezza visiva che alimenta il senso di minaccia. Il risultato si muove così più dalle parti di un'Agatha Christie filtrata da Stephen King, piuttosto che dalle viscere dei cattivi mascherati con motosega.
La discrepanza tra promessa e resa non inficia la lettura, ma fa emergere una lieve stonatura che perplime non poco: ancora una volta la comunicazione parla un linguaggio e la storia ne parla un altro. Ciò che rimane, alla fine, è un’opera piacevole e ben condotta, sostenuta dalla scrittura sicura di Eccher, ma anche appesantita da un accumulo di citazioni che non sempre trovano una funzione reale. Dylan Dog è centrale, affilato nelle sue intuizioni, e la chiusura è efficace. Tutto è nella media, tutto ben confezionato ma anche tutto destinato a scivolare via con facilità dopo l’ultima pagina.














