Di solito sono i figli a voler partire da casa. Nel mondo del non ancora trentenne Jean Cremers è il contrario: sono i genitori che spingono al largo inspiegabilmente e crudelmente l’unica figlia su una piccola imbarcazione. La metafora è limpida – il mare con i suoi incontri, le insidie, l’immensità, rappresenta la vita e le sue possibilità, negative o positive che siano: a ciascuno di noi d’imparare a conviverci – e funziona: si legge come se fosse la prima volta.
La scelta dei protagonisti è chiara: la vita non è semplice. Léonie, monca d’un braccio, imbarca Balthazar, muto, e al duo si aggiunge presto una vecchia pazza, magra di solitudine e di Alzheimer, Agathe. Due doppie pagine a metà libro sospendono il racconto per illustrare Il tempo lento del mare: mare in pioggia, in tempesta, calmo, dove sul canotto alla deriva si dorme, si litiga, si sopravvive, verso una terraferma che chissà dov’è ma comunque si va, se non altro per sfuggire ai soliti papponi.
Cremers ha dichiarato che la scrittura è il suo nido, ma che non lascia ad altri il disegno quando il progetto è personale. E per fortuna: al di là del segno (veloce, quasi uno schizzo), il ritmo della narrazione, le inquadrature, tutto ci parla di una padronanza tecnica fuori dal comune.
Senza parlare dei colori – certo digitali, ma che richiamano la purezza, pur nella tempesta, delle produzioni Ghibli – e di come Cremers visualizza la musica, onde color pastello che le razze fanno uscire dal mare e letteralmente volare.












