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Short Review

Blacksad n.7 "E poi non resta niente. Seconda parte"

In una New York alla deriva, riuscirà Blacksad a portare giustizia e a ritrovare l’amore?

In un crescendo shakespeariano, il primo tomo lasciava il lettore davanti ad un amore creduto perso per sempre. Nel secondo e conclusivo volume, Juan Díaz Canalès prosegue la sua investigazione della condizione umana attraverso i codici del noir americano anni Cinquanta: attraverso la speculazione edilizia (dopo il giallo, il razzismo, il maccartismo, il blues, il Messico), è d’arrivismo che si tratta, di sete di gloria (più che di potere, quello lasciato ai piccoli), di tradimento.

Giunti al 7° volume di Blacksad, la sorpresa della metafora animale - pur stemperata - resta giusta e calibrata, e l’arco narrativo esteso permette di ritrovare una freschezza che, a detta di chi scrive, si era persa nelle due storie precedenti (L’inferno e il silenzio, Amarillo).

La tavolozza cromatica di Juanjo Guarnido, il cui acquarello è talmente virtuoso da far apprezzare persino i lati non disegnati delle vignette, si arricchisce di soluzioni inaspettate: alle inquadrature cinematografiche, mai fini a sé stesse, si aggiungono due splash pages, la cui parsimonia - a dispetto dell’abuso che se ne fa nei comics americani - le rende efficaci punti di svolta che concludono, per rilanciarla, l’azione. Sorprendente perché naturale la rappresentazione grafica dei ricordi del giovane Dill, la cui palese evocazione (cromatica e scenica) delle tele di Van Gogh assume una triplice funzione metanarrativa: del talento pittorico di Dill, della sua malattia e della desolazione di ciò che racconta.

Alla fine, più che dare una seconda opportunità all’amore, Canalès e Guarnido sembrano dirci che non la vendetta, ma la giustizia è un piatto che si consuma freddo. 

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Vasco Zara · 17.11.2023 · 1 min di lettura
Vasco Zara

«Mi disseto un momento e cominciamo subito»

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