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Rubrica · uBC Story

"Amore mio" di Silvia Ziche

Un pensiero per l'8 marzo

La Redazione · 10.03.2026 · 7 min di lettura

Ieri, qualche navigante ci ha contattato per chiederci come mai non avessimo "onorato" in qualche modo la Festa della Donna (anzi, la Giornata internazionale della Donna, come da definizione ufficiale). Onestamente, cerchiamo di "onorare" le donne che lavorano nel mondo del fumetto in altri modi, dando loro spazio nei nostri articoli - e non solo per un giorno all'anno.
Ci siamo comunque chiesti come si può formulare un pensiero sull'8 marzo, a fumetti, che non sia melenso, retorico, ipocrita - inutile, insomma... Ad esempio, si potrebbe auspicare che - finalmente! - approdi in Italia la Bitchy Bitch della grande Roberta Gregory. A chi si chiedesse perché, potremmo rispondere che forse non è così male fare la conoscenza di una sorella in spirito della Lucrezia di Silvia Ziche (oddio, forse più una cugina di lontano grado che non esattamente una sorella), solo più energica, determinata, assertiva, impositiva, e - soprattutto - parecchio, parecchio più incaz*ata. Ah, e poi c'è il fatto che si tratta di un gran fumetto, una pietra miliare dell'underground americano.
Visto però che vi è venuta in mente l'autrice veneta e il suo iconico personaggio, abbiamo anche pensato di recuperare dai nostri archivi un articolo "100% femminile", visto che era appunto dedicato - una ventina di anni fa - a Silvia & Lucrezia ed era stato scritto da una delle nostre più valide ex collaboratrici, Sabrina Mancosu. Buona lettura.


Vi sarà senz'altro capitato di vedere questo snello Mondadori in qualche libreria o fumetteria, oramai nel suo bell'angolino, quello riservato ai volumi che, vissuto il loro breve momento di gloria, cedono le luci della ribalta, giustamente, alle nuove uscite. A qualcuno magari sarà bastato leggere "Silvia Ziche" per prenderlo in mano, altri ancora, scorrendo distrattamente lo sguardo, avranno colto solo quel titolo così... "sentimentale" :-) e avranno tirato dritto.
Male. Avreste dovuto dargli un'opportunità. Davvero! Perché? Perché Amore mio è un volumetto intelligente, arguto e simpatico che ha tanto da dire sul quotidiano cercarsi... "affrontarsi" degli uomini e donne d'oggi. E lo fa con garbata e divertente ironia e un pizzico (...forse più di un pizzico) di malignità, giocando con quel poco - o molto - di fondatezza che sostiene i luoghi comuni. Raccontando tante piccole verità nelle quali ognuno, per la sua parte, potrà riconoscersi, o riconoscere sorelle, fratelli, amici e affini, con un sorriso.

La prospettiva è al femminile: è la pigra, egoista, intollerante, intransigente, testarda ecc. ecc. (come lei stessa si racconta) Lucrezia a cercare con il lanternino il suo uomo, il suo principe azzurro. E tuttavia vi è in quella caterva di improbabili compagni nei quali riversa le sue speranze, un'inequivocabile "corrispondenza". Per quanto sulle motivazioni che spingono questi ultimi alla ricerca di una compagna ... beh, ecco, come non cogliere appieno, a fine lettura, la sensatezza di una delle battute pronunciate da Lucrezia: "La prima cosa che cerco in una relazione è l'uscita di sicurezza."...? :-)
Stereotipi, certo. Nondimeno strumenti d'analisi per una breve, scanzonata incursione nelle fragilità e nevrosi sentimentali del mondo maschile. E picchia duro la Ziche, ma diciamo la verità: non risparmia granché neppure al suo incontentabile e autolesionista personaggio.

E strumento d'analisi è anche Lucrezia. L'autrice la cala in quella rete di rapporti familiari e amicali che colma la vita di ognuno di noi. All'interno della quale ci si sente protetti, amati, rassicurati… ma, non di rado, anche "costretti". Non vi è dunque, in Amore mio, solo Lucrezia e il suo bisogno di amare e di essere amata, con correlative disastrose disavventure sentimentali nelle quali invariabilmente inciampa. Perché per quanto privato possa essere un tale desiderio, a esso fanno capo, più o meno arbitrariamente, un'infinità di implicazioni - e aspettative - "pubbliche" alle quali con estrema difficoltà ci si sottrae.

Ed ecco quindi i bonari richiami all'età che avanza della terribile nonnina; la perplessità del padre di Lucrezia che null'altro desidera se non quella continuità generazionale che si è soliti considerare la regola... gli amici scomparsi che all'improvviso ricompaiono felicemente "appaiati" (per dirlo alla Littizzetto, di cui è la spassosa prefazione) e desiderosi, nelle vesti di novelli cupido, di rendere partecipi il mondo, e più che mai l'amico/a del cuore, della propria felicità! Una "platea" a volte discreta, più spesso invadente e logorante, nel suo costante richiamo al rispetto di un modello comportamentale socialmente condiviso.

Lo sguardo della Ziche è, però, a tutto tondo. Vi è così anche un voltarsi indietro per incontrarsi, confrontarsi, con altre generazioni di donne. O meglio, l'autrice fa voltare indietro la sua Lucrezia impegnandola nel difficile compito di interprete delle discordanti indicazioni, più o meno implicite, che le arrivano dai referenti femminili significativi. Il personaggio della nonnina è di certo esilarante ma in alcune delle sue parole è facile ritrovare qualche "verità" (con la v minuscolissima!) di non tanto tempo fa... che volevano la donna moglie e madre devota, prima di tutto. Sì, lo so - dice la nonnina - i tempi sono cambiati ma ascolta me... ed elargisce vere perle di saggezza nelle quali pare essersi riversato tutto il veleno del genere femminile per un ruolo non di rado "scelto" perché così si doveva, era conveniente, giusto, fare. Antica saggezza da far tremare i polsi anche agli uomini più audaci: "Uno o l'altro, è lo stesso. Ai fidanzati, col tempo, ci si affeziona. Come quando ti regalano un cane." !!! :-)

Alla vitalità della pestifera nonnina si contrappone il personaggio della madre, molto "disincantato e disilluso angelo del focolare". Poche parole ma micidiali come micidiale è l'assolutamente splendida e significativa vignetta che la ritrae con una corona di spine e un cuore grande come un macigno sulle spalle, da trasportare lungo un cammino tutto in salita.

E Lucrezia? Lucrezia cerca di barcamenarsi alla meno peggio, cercando di non cedere all'attrattiva del "prendine su uno qualunque, ascolta me, tanto è lo stesso" della terribile nonnina; di non perdere le speranze di fronte alla disincantata litania "l'amore è impegno, sacrificio, fatica, sofferenza, lacrime..." della madre; di prendere le distanze dall'asfissiante abbraccio nel quale paiono volersi reciprocamente annullare l'amica e il suo innamorato... Lei che è figlia di una società che, al di là di tutto, oggi le consente comunque di scegliere...


Strumento d'analisi, si diceva, ma anche splendido personaggio (la cui forza è nella sua consapevole fragilità) al quale ci si affeziona con immediatezza per il suo coraggioso non volersi arrendere e rinunciare al suo sogno, per il suo testardo continuare a crederci e provarci, per la sua autolesionista contraddittorietà, tutta femminile, che annienta il - finalmente giunto - principe azzurro tanto agognato e desiderato... Ed è facile immaginarcelo, sconsolato e perplesso, a chiedersi: chissà che vogliono queste donne d'oggi?! :-)


Davvero brava, la Ziche. Graficamente ottima. Un segno pulito dai toni grotteschi a esaltare un raccontare che coniuga, con lievità, umorismo e riflessione. Vignette fortemente espressive pur nell'estrema sintesi, come ben riassume la figura riportata poco sopra della madre, "martire" dell'amore coniugale. Espressività ma anche tanta creatività: veramente efficaci ed esilaranti alcune trovate grafiche per rendere lo spirito di un incontro galante (Lucrezia che lentamente si liquefa mentre Goffredo espone i razionalissimi motivi a sostegno della sua proposta di matrimonio), per rafforzare la caratterizzazione di qualche personaggio (l'appiccicaticcio Gino)... Su tutte impareggiabili quelle con protagonista il "vero uomo" Rocco :-)

Ci si accomiata con un sorriso da Lucrezia ma anche con un pizzico di malinconia, come sempre capita quando si è appena conosciuto e subito già salutato una persona che ci ha conquistato con immediatezza, con la sua semplicità e spontaneità. Rimane quel suo implicito invito a non prendersi troppo sul serio, a sapersi ridere (con intelligenza e ironia) un po' addosso, sapendo essere cattivi con se stessi e con il mondo quanto basta, senza dimenticare un fondamentale grammo d'indulgenza.

Insomma, se vi dovesse capitare nuovamente davanti Amore mio... beh, magari provate a darci un'occhiata. A nostro parere ne vale davvero la pena!

La Redazione

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