Gianmaria Contro firma probabilmente il suo miglior Dampyr, riuscendo a inserire un ennesimo esercizio di stile nel contesto della serie senza snaturarlo, ma anzi conferendogli corpo, forza e coerenza narrativa. Il risultato è un racconto che, pur nella sua costruzione concettuale, trova un equilibrio solido tra forma e sostanza.
La vicenda si muove su più livelli, incasellando una fitta rete di omaggi, citazioni e riferimenti che Contro maneggia con disinvoltura. Non solo nei testi, ma anche nella regia e nelle inquadrature che Max Avogadro accompagna con un segno realistico e d'effetto. Il tutto ricrea un contesto accattivante, dove lo spazio chiuso della narrazione amplifica la tensione e trasforma l’esperimento in una storia dal buon respiro horror.
Non mancano le sbavature con qualche eccesso di stile e alcune scorciatoie narrative che emergono fastidiose qua e là, ma la scrittura di Contro riesce quasi sempre a compensarle. La sua scrittura, consapevole, tiene sufficientemente insieme un’operazione postmoderna che contamina e affascina, ma che rimane al servizio della storia.
Da segnalare anche l’introduzione di un nuovo villain, Albert Aloysius Swmberne: ostico, intelligente, dal potenziale notevole. Le motivazioni che ne giustificano il ritorno (e il precedente autoesilio) appaiono però deboli, probabilmente penalizzate da una foliazione troppo ridotta per svilupparle appieno.
L’albo si regge comunque su un’ambiguità stimolante: da un lato la voglia di spingere Dampyr verso nuovi linguaggi, dall’altro alcune cadute strutturali che ne smorzano la forza. Funzionano molto bene Harlan, Tesla e Kurjak, come funziona il lavoro di Avogadro che, pur con qualche incertezza sui volti, regala atmosfere potenti e alcune pagine di straordinaria intensità visiva.



















