Recensione · Eroi Bonelli

Zagor n.721-722 "I segreti di Endless"

Nostalgia canaglia

di
Attilio Monzo
pubblicato
11.09.2025
lettura
6 minuti

I ricordi venati di nostalgia sono tanto dolci quanto ingannevoli. È lecito abbandonarsi al loro sapore; altrettanto conservare, nei loro confronti, un pizzico di sana diffidenza. E se in edicola appare, su un albo di Zagor, lo strillo in copertina “Soggetto di Carlo Lucarelli!” è buona norma farci qualche riflessione sopra prima di iniziare la lettura. Oggetto primario della disamina è, ovviamente, il nome del soggettista e perché gli sia stato dato tanto rilievo. Si sa chi è, uno dei più amati e popolari esponenti del genere crime investigation in Italia, il parmense Carlo Lucarelli, scrittore, conduttore televisivo e, occasionalmente, anche autore di fumetti.

Infatti, i più affezionati lettori bonelliani lo ricorderanno, tempo fa, anche come autore del soggetto di un albo di Dylan Dog: era il 1999 e la sua firma compariva nei credits del n. 153 La strada verso il nulla. In quel caso era lo stesso creatore del personaggio, Tiziano Sclavi, ad affiancarlo alla sceneggiatura: qui il compito tocca a Stefano Fantelli, una delle nuove leve di sceneggiatori al servizio del personaggio.


Ma che c’entra Lucarelli con Zagor? È per caso un affezionato lettore della serie a cui è venuto voglia di cimentarsi in prima persona con le avventure dello Spirito con la Scure? Oppure ha accettato di prestare il suo nome per una furba operazione di marketing, volta a far vendere qualche centinaio di copie in più, grazie a nuovi lettori attratti dalla sua fama? Da questo punto di vista l’editoriale del curatore della serie, Moreno Burattini, sembra fatto apposta per rassicurare il pubblico: propone un simpatico ritratto di Lucarelli, in forma di scherzoso interrogatorio, con cui si scopre che lo scrittore conosce, sin da bambino, il personaggio e ne apprezza, soprattutto, la tradizionale contaminazione dei generi. È normalissimo, per lui, passare - di mese in mese - da una consueta ambientazione western alle cupe atmosfere dell’horror o, addirittura, a quelle visionarie della fantascienza.

Buono a sapersi ma, dati gli argomenti di cui Lucarelli si occupa e per cui va famoso, da lui ci si aspetta, ragionevolmente, delle storie che si sviluppino nell’ambito del giallo investigativo, come da parole sue nell’introduzione: “storie che partivano da un mistero e non lo spiegavano tutto subito”. E sul punto sorgono i primi dubbi sulle possibilità di una buona riuscita dell’esperimento. In passato, infatti, si è cercato di proporre anche uno Zagor versione detective. Ad esempio, Burattini l’ha coinvolto, sin dai suoi esordi, in un'indagine su una catena di omicidi nella storia L’abbazia del mistero (1992), palesemente ispirata all’erudita digressione letteraria de Il nome della rosa di Umberto Eco. E, qualche anno più tardi, ha replicato coinvolgendolo - ne Il libro del demonio (2001) - in un'inchiesta a tinte esoteriche. Esperimenti, a parer mio, entrambi non andati troppo a buon fine. Zagor è sempre stato e sempre sarà, per volontà del suo creatore Guido Nolitta / Sergio Bonelli, un uomo dei boschi dotato di un ancestrale sesto senso che, però, non coincide con l’intuito deduttivo proprio dei grandi investigatori della letteratura di genere. I quali, peraltro, devono aver pesantemente influito sulla creazione del coprotagonista di questa avventura, il raffinato detective privato francese Louis Cyprien.

Per carità, Cyprien - giusto per dirlo nella sua lingua madre - possiede di certo “le physique du rôle” del personaggio che gli si vorrebbe far interpretare. Anzi, lo possiede fin troppo. E per forza: si capisce a prima vista che, nell’immaginarlo, Lucarelli ha fatto un cocktail delle caratteristiche tipiche dei più celebri beniamini degli appassionati di crime story. Ha l’accento parigino e i modi raffinati dell'Auguste Dupin di Edgar Allan Poe; ha l’infallibile acume e la tendenza all’uso di droghe a scopo terapeutico dello Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle; ha la formidabile logica e il frequente richiamo alle “piccole cellule grigie” del cervello dell'Hercule Poirot di Agatha Christie.

Nel presentarlo a questo modo è palese, a parere di chi scrive, la captatio benevolentiae del neo-autore zagoriano. Si agisce sui ricordi del lettore, nel tentativo di far rivivere le esperienze del passato, di quando era così bello seguire il filo di un'indagine di Sherlock Holmes o di Poirot e di misurarsi con loro. Il gioco consisteva nell’arrivare alla soluzione dell’enigma prima che ce lo spiegasse il nostro eroe, magari nella plateale riunione finale dei sospettati, dove svelava genialmente il nome del colpevole, sempre quello meno ovvio. Tipico espediente, insomma, per creare un clima positivo nei confronti della propria opera.

Adesso, nessuno vuole accusare Lucarelli di ruffianeria, ci mancherebbe: tantomeno si vuole tacciarlo di cercare facili scorciatoie narrative. Ma neanche si può ignorare il fatto che, con queste premesse, la storia non funzioni affatto. Non avrebbe mai potuto funzionare. Abbiamo già detto dell’impossibilità, date le caratteristiche basilari del personaggio e dell’ambiente in cui si muove, di conciliare le tipiche atmosfere di una sua storia con gli stilemi di un racconto giallo. E, se l’autore avesse voluto far fare la parte del leone nell’indagine al suo personaggio Cyprien, sarebbe stato anche peggio. Zagor non può vestire i panni di uno Sherlock Holmes o di un Poirot, tantomeno lo si può relegare nella parte del Dottor Watson o del Capitano Hastings, le fedeli quanto stolide spalle dei due celebri investigatori. Non si tratta di dare la prevalenza al lato più “fisico” dell’eroe con la scure, piuttosto di essere consapevoli che l’essenza del personaggio risiede nel connubio di vigoria atletica ed intelligenza emotiva.


Il bilancio finale dell’esperimento, dunque, quale sarebbe? A parer mio, decisamente deficitario. Uno Zagor impulsivo ma, allo stesso tempo, indeciso sul da farsi. Difficile riconoscerlo: se non fosse per qualche scazzottata vecchia maniera, il suo inconfondibile look e il tipico grido di battaglia lanciato a squarciagola, davvero si dovrebbe dare una occhiata all’intestazione dell’albo per sincerarsi di aver comprato la testata giusta. Stesso discorso per l’ambientazione: la cittadina di Endless, teatro degli eventi descritti nella storia, non appare mai come la consueta location del nostro. Al massimo può ricordare, in peggio, quella proposta nella seminale serie TV I segreti di Twin Peaks. Anche qui si cerca di ricreare l’atmosfera inquietante di un microcosmo apparentemente idilliaco ma che, in realtà, nasconde - nei suoi abitanti - inconfessabili pulsioni autodistruttive. Ma il tutto è rappresentato in maniera così schematica e banale da risultare irrimediabilmente artefatto. Persino Cyprien, nella sua stucchevole passione per il tè, ricorda gli aspetti più deleteri del Detective Cooper, l’agente federale protagonista della succitata serie TV, spesso più intento a gustare la crostata di ciliegie di produzione locale che a svolgere l’indagine affidatagli.

E l’inconsistenza della sceneggiatura penalizza anche il lavoro del disegnatore. Dispiace ammirare le splendide tavole realizzate dal salernitano Raffaele Della Monica (nello staff della serie dal 1994 e ormai colonna portante della stessa, anche come sceneggiatore una tantum) e constatare che la sua abilità nel raffigurare i tratti e le espressioni dei personaggi non è stata sufficiente a farci dimenticare che abbiamo seguito per due interi albi una storia totalmente priva di veri colpi di scena.

Qualcuno ha forse avuto il minimo dubbio sul fatto che, alla fine, Cico sarebbe stato discolpato dall’accusa di omicidio? Qualcuno ha mai davvero creduto che ci potesse essere, dietro ai delitti, qualcosa di più che non lo squallido egocentrismo represso di un anonimo abitante di Endless? Qualcuno ha rilevato quale sia stato, a conti fatti, l’effettivo apporto del francese Cyprien alla risoluzione del caso? Tutto scontato, prevedibile e banale. E se l’autore faceva davvero affidamento sull’avere il fattore nostalgia dalla sua parte, è triste prendere atto che si tratta, al massimo, di una nostalgia canaglia.

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Attilio Monzo

"Peccato che gli umani diano valore solo alle cose poco comuni"

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