Si credeva che La foresta millenaria (2017, Oblomov edizioni 2018, ristampa 2020), manga interamente acquarellato, atipico anche nel formato orizzontale, impraticabile per il mercato nipponico e difatti pensato direttamente per quello europeo, fosse l’ultima opera di Jiro Taniguchi. Primo e unico volume dei cinque previsti, vi si ritrovano tutti i temi cari all’autore: lo sguardo dell’infanzia che permea, nel suo andirivieni con l’età adulta, quei due capolavori che sono Al tempo di papà (1995, Planet Manga 2000) e Quartieri lontani (1998, Premio Micheluzzi nel 2001, Coconino Press 2016 e 2019, prima edizione con diverso titolo In una lontana città, Rizzoli 2006), e la salvaguardia della natura e della sua magia, della sua benevolenza come della sua violenza – si legga La montagna magica (2005, Rizzoli 2009) e altri racconti, come ad esempio L’uomo della Tundra (2004, Coconino Press 2010) ma anche e soprattutto i cicli dedicati all’alpinismo, su tutti La vetta degli dei (1994, Rizzoli 2012-2014, splendidamente trasposto nel 2021 in anime dal francese Patrick Imbert e premiato col César, equivalente del Donatello italiano, del miglior film d’animazione: il che dice tutto sulle passerelle create nel tempo dalle opere di Taniguchi, che sia dalla carta allo schermo che, soprattutto, dal Giappone all’Europa).
L’annuncio - da parte dell’editore francese Casterman - di una raccolta di tre "ultimi" racconti, tutti inediti in Europa e di cui uno non terminato, ha fatto sorgere (lo confessiamo) un dubbio doloroso perché prossimo alla delusione: non si dovrebbe per puro spirito mercenario trarre dai cassetti opere che autori, pur grandi, vi hanno lasciato.
E invece no. Non solo perché i tre racconti, tutti centrati sul camminare e sugli incontri che non sono solo di questo mondo, rivelano una mano ferma, in assoluta padronanza dei suoi mezzi. I primi due sono dedicati alla figura storica, già apparsa in Ai tempi di Bocthan (1987-1997, su testi di Natsuo Sekikawa, ristampa Coconino Press 2023), di Lafcadio Hearn: un avventuriero ed erudito cosmopolita che alla fine dell’Ottocento si trasferì in Giappone, fondò una famiglia, prese il nome della moglie e cambiò il suo in Yakumo Koizumi, diventando professore di letteratura inglese all’Università imperiale di Tokyo. Questi due racconti sono stati pre-pubblicati come d’uso nella rivista Big Comic rispettivamente nell’agosto e nel settembre del 2016, a cinque mesi dalla scomparsa dell’autore (Taniguchi morì l'11 febbraio 2017; non so come in Italia si accolse la notizia, ma in Francia Le Monde vi dedicò un’intera pagina).
Quanto al terzo racconto, Fuochi d’artificio - questo sì realmente inedito e non finito (l’espressione non è casuale) - si spinge sino a una sperimentazione formale per la quale ci si chiede quale forza interiore animò Taniguchi, che vi lavorò sino a pochi giorni prima di morire.
Come si legge in uno degli apparati critici che accompagnano i racconti, per quest’ultimo Taniguchi non si avvalse dei consueti assistenti. Koichi Magara, assistente "storico" che affiancò Taniguchi sin dal 1996, è esplicito a questo proposito: tutto è della mano del maestro, per volontà espressa e perché la tecnica usata, matite e inchiostro chiaro, lo dispensava.
Patrick Honnoré, il traduttore francese, ha sottolineato come Lafcadio Hearn - cieco da un occhio - assume caratteri simbolici evidenti, talmente questa cecità parziale, reale o resa tale dal fatto che i capelli coprono costantemente una parte del viso, sia ricorrente nei manga, da Black Jack di Osamu Tezuka a Capitan Harlock di Leiji Matsumoto e Kitaro di Shigeru Mizuki.
Nato da padre anglo-irlandese e da madre greca e poi, come dicevamo, divenuto giapponese, Hearn costituisce un ponte tra due mondi. L'ispirazione gli giunge camminando per Tokyo ed è evidente l’effetto-specchio con L’uomo che cammina (1992, Planet Manga 1999), capolavoro assoluto costruito sul tenue incedere dei passi svogliati di un impiegato di mezza età che tornando a casa dal lavoro vuol dimenticarsi per un momento della destinazione e ne sceglie un’altra; con l’occhio che non vede, sinossi di tutto il lavoro di un disegnatore, che trasforma la realtà che "vede"; e finalmente con la funzione stessa di tutta l’opera di Taniguchi, le cui influenze l’hanno spinto a essere il più "europeo" dei mangaka - e il più amato da questa parte del mondo.
Mi spingo oltre.
Non si sa chi dei due parli, se Lafcadio Hearn o la moglie nelle prime due tavole che aprono i racconti, ma pare di sentire Taniguchi - lui che abitava a Kiyose, periferia calma e verdeggiante a nord-ovest della capitale nipponica, nelle didascalie riempite di frasi come:
«Tutto è tranquillo. Restano ancora angoli di Edo [antico nome di Tokyo] come li ha disegnati Hiroshige» (Hiroshige: uno dei maestri assieme a Hokusai delle pitture del tempo che passa, ukiyo-e, il parallelo è un omaggio, e forse un giorno si dirà "esistono ancora angoli di Tokyo come li ha disegnati Taniguchi").
Impossibile poi non pensare a Furari. Sulle orme del vento (2011, Rizzoli 2012), altra storia di Jiro su un altro uomo che cammina per misurare l’antica capitale e il territorio circoscritto dalla stessa, pretesto per descrivere - con la consueta levità - non tanto il tempo che fu, ma il tempo che passa, con le sue folgorazioni: una notte stellata ne L’uomo che cammina, un volo di aironi in Furari, l’ispirazione che arriva per Hearn, tutti forse riassunti in Taniguchi stesso. I due, Hearn e la moglie, si interpellano l’un l’altro chiamandosi, curiosamente, «papà» e «mamma», il che pare un ultimo omaggio ai genitori lungamente trascurati da Taniguchi, il cui senso di colpa fu il motore di Al tempo di papà.
Nel secondo racconto, appare il fantasma di una donna che compra zucchero d’orzo da portare al figlio di pochi giorni nato nella tomba ove fu sepolta prematuramente. Hearn vede con l’occhio cieco il racconto svolgersi davanti a lui.
Di ritorno a casa corre a vegliare sul sonno del figlio, bimbo di tre anni. Nell’ultima vignetta, in cui dall’alto si vedono i genitori accovacciati attorno al letto del bambino, le didascalie sono gravi: «Il pensiero di non voler essere dimenticato deriva da quello di non voler mai dimenticare». Come non pensare al figlio che la coppia Taniguchi non ebbe mai?
Nell’inedito Fuochi d’artificio che chiude la raccolta, tratto dall’omonima novella di Hyakken Uchida, pupillo di quel Natsume Soseki a cui Taniguchi dedicò Al tempo di Botchan e che sostituì Lafcadio Hearn all’Università imperiale (e a cui pure si ispirò Akira Kurosawa per l’ultimo, testamentario film, Madadayo), le onde del mare che si infrangono sulla baia e che fanno da sfondo a un altro camminare sono oltremodo stilizzate, come gli sfondi del mangaka in erba ritratto da Taniguchi in Uno zoo d’inverno (Rizzoli 2010). Farfalle spuntate dal nulla circondano il protagonista tra i canneti, come una farfalla apre un varco nel tempo in Quartieri lontani: là per riportarlo alla sua adolescenza, qui per consegnarlo suo malgrado, impaurito, tra le braccia della morte. Il protagonista di Fuochi d’artificio ha baffi corti e occhiali tondi, tratti rarissimi nell’opera di Taniguchi: solo Hearn, uomo occidentale, ha baffi folti, e Soseki appena velati.
Come non riconoscere allora in quest’uomo che cammina in compagnia della propria morte Taniguchi stesso, lui che portava baffi corti e occhiali tondi?
Come tutti i manga, le prime pagine si aprono a colori, qui splendidamente acquarellate come sempre, e continuano a china e retini. Fuochi d’artificio come detto è per due terzi disegnato a matita e china chiara: delle ultime dieci tavole restanti, tutte interamente a matita, i fondali architettonici sono curati sin nei minimi particolari in una tavola e una vignetta più lontana, ove la prospettiva obliqua identifica il turbamento del protagonista; in due tavole le ombre nascono dalla gomma che passa sulla matita, le altre sono in forma di storyboard, schizzi più o meno ripassati secondo l’importanza di quel che è ritratto, il segno sempre più concentrato, unico, essenziale. Sono le ultime tavole disegnate dal Maestro.
Secondo Patrick Honnoré, «Taniguchi non sarebbe stato sordo all’idea che un essere […] abbia fermato la mano e impedito di inchiostrare le ultime pagine del racconto per far apparire, nella loro forma compiuta essenziale, la dimensione non-umana dove la creazione e l’incosciente si fissano definitivamente nell’ "al di là"». Non so dire se il paragone, poetico, sussiste.
Ma il pensiero non può non andare al non-finito di Michelangelo e all’ultima Pietà che scolpì, la terza, la Pietà Rondanini (1552-1553, poi 1555-1564), dove le forme sono solo movimento.
Il paragone non paia eccessivo. A secoli di distanza, due maestri che con l’arte si sono espressi, di fronte alla morte che sanno imminente riducono il gesto a cui hanno dedicato tutta la loro vita all’essenziale.
L’ultima raccolta di Taniguchi è da questo punto di vista emblematica: dai colori alla china alle matite a un tratto sulla carta, il disegno con lo scorrere delle pagine - come la vita - col passare del tempo trascolora, non riducendosi ma trovando l’essenziale, quintessenza dell’uno (il disegno) come dell’altra (la vita).
Al di là, capitolo uno: Fuochi d’artificio doveva intitolarsi L’ultimo racconto, come la novella originale di Uchida. Taniguchi scelse poi, al posto di Al di là, Inviti. Quale immensa lezione, quale invito ci giunge dall’aldilà dove si trova. Grave, come tutto prossimo alla morte, senza però la pesantezza di un atto testamentario troppo pronunciato; lieve come una carezza, nei richiami sparsi qua e là che non si impongono alla lettura, ma la arricchiscono di un lascito nuovo.
L’editore francese Casterman, conscio di quanto si trova tra le mani, ha arricchito le pagine di un apparato critico e di un ricordo personale di Benoît Mouchart, direttore editoriale. La fascia aggiunta che funge da copertina rivela, nel risvolto interno, opposto al profilo acquarellato di Lafcadio Hearn nella Edo del tempo, un autoritratto a matita di Taniguchi non datato.
Un uomo e una donna di spalle decorano l’angolo sinistro della penultima pagina. Nell’ultima, dove sono riportati tutti i crediti, un cane di spalle ci guarda, e la memoria non può non andare a quel primo, toccante racconto di scoperta per il lettore europeo che fu Allevare un cane (2000, Panini 2009).
La cura dell’editore è commovente e preziosa. Come l’invito che Taniguchi ci rivolge a non dimenticarlo.




