Recensione · Eroi Bonelli

Martin Mystère n.430
"Il Natale: quando arriva, arriva"

di
Oscar Tamburis
pubblicato
23.04.2026
lettura
5 minuti

“Lotti & Mainardi: Natale senza petardi”

L’esigenza di coinvolgere ogni anno Martin & Java in una storia a tema natalizio ha origini non chiare: nondimeno, da qualche anno a questa parte, il duo Lotti/Mainardi è stato investito (o si è auto-proclamato?) latore di tale incombenza, che si pone sulla diretta scia delle produzioni televisive d’oltremanica e d’oltreoceano – per amor di precisione, queste ultime contemplano anche il giorno del Ringraziamento. Accanto a ciò, è chiaro il tentativo di mantenere in piedi quella particolare “bolla narrativa” originariamente confinata praticamente ai soli speciali estivi, ora che questi hanno ormai imboccato una deriva diversa: ecco quindi che il duo Dee & Kelly, assieme all’immancabile Angie, hanno traslocato da uno slot vacanziero all’altro, dal Ferragosto al Natale.

Gli albi speciali, come si diceva, al di là del numero extra di pagine si contraddistinguevano per una vena più umoristica, che comunque non rinunciava al mystero, basata sulla presenza del citato trio e delle peculiari dinamiche che ne derivavano quando si incontravano/scontravano con il Detective dell’Impossibile (e il suo neanderthaliano amico, of course) e la base segreta di Altrove.
In tale contesto, una delle emanazioni del genio castelliano, data la ripetitività alla lunga della formula, fu quella di prendersi a un certo punto in giro lui per primo attraverso gli stessi Martin, Java, Tower e Brody, i quali si “lamentavano” del fatto che il destino, o chi per esso, vivesse delle cicliche crisi creative che portavano a scadenze fisse ad incrociare i loro cammini con quelli dei due scapestrati e dell’oca giuliva di cui sopra.

Per uno strano fenomeno, Dee, Kelly ed Angie (così come la stessa Altrove) non hanno mai particolarmente funzionato sulla serie regolare, anche quando l’autore era lo stesso creatore della serie: di conseguenza, è un riflesso condizionato quello di attendersi una prova di livello “non superiore” quando il testimone passa ad altri componenti della sparuta writers’ room mysteriana. Non si vuole con questo nascondersi dietro il dito delle profezie autoavverantisi – del tipo: parto con un pregiudizio negativo, che quindi la lettura non potrà che confermare – ma è un fatto che lo sforzo di prodursi in tale incombenza natalizia è un enorme vincolo creativo che, giunto ormai alla sesta iterazione, nonostante la dedizione dei due autori sta mostrando alquanto la corda.
Questa volta Martin, “assunto” da un bambino che gli parla di una strana storia di giocattoli ed elfi, trascina Java nientemeno che a Rovaniemi, capitale della Lapponia finlandese dove ha sede il famoso “villaggio di Babbo Natale”. Tutto è però abbandonato e in rovina a causa di Santa, o meglio S.A.N.T.A., una IA creata da uno dei folletti aiutanti di Babbo Natale, che per attuare una balzana strategia di marketing ha mandato via tutto il personale, ivi compreso il capo (chi ha detto Toys?). È quindi una ben strana corte di barboni quella che chiede aiuto ai nostri per penetrare nella fabbrica dei giocattoli e riprenderne il controllo. Come da copione, entrano successivamente in scena i due scapestrati e l’oca giuliva (sempre di cui sopra) e, per esigenze narrative e di foliazione, tutto si conclude nel più prevedibile dei modi, twist finale compreso che chiama in scena nientepopodimeno che il coniglietto pasquale.

“Mainardi & Lotti: Natale senza botti”


L’incedere del racconto è bolso a volerne dire bene, dal modo in cui vengono gestiti gli scambi di battute tra Martin & Java – e sì che ogni lettore della serie ben sa che alcune tecniche narrative sono necessarie per “tradurre” i grugniti di Java – alle soluzioni impiegate per giustificare la presenza di determinati personaggi – di fatto scimmiottando la citata verve castelliana – o l’assenza di altri – la gestione di Diana assomiglia al classico soprammobile di cui non ti puoi disfare, ma che non sai dove piazzare nella credenza del salotto – passando per il plot stesso – che se oggigiorno non infili le IA dappertutto non sei al passo con i tempi.
Il continuo ricorrere all’autocitazione produce un effetto umoristico solo involontario, nel senso che si sorride a denti (molto) stretti quando ci si trova di fronte a ripetuti, approssimativi, tentativi di metanarrazione: per quanto sia un gioco simpatico, va maneggiato con estrema cautela.
Il commento grafico di Avogadro & Forlini piovigginando sale dal precedente Natale: tratto tecnicamente ineccepibile, ma nessuna apprezzabile nota di suspense. L’azione viene proposta sempre in maniera linda e pulita, in diversi casi in netta contrapposizione con il tono che la sequenza si proponeva di esprimere; quantomeno, la coerenza grafica dei personaggi principali tiene lungo tutta l’ottantina di pagine, e Angie non fa troppo rimpiangere l’originale alessandriniana.

Nel corso dei “bei tempi andati”, episodi legati a particolari argomenti, come appunto il Natale, sono sempre stati affrontati cum grano salis: la natura stessa di tali tematiche richiede l’applicazione di un occhio particolare per non snaturarle, o sminuirle. E per questo motivo che il racconto natalizio par excellence, capace di unire Babbage e Santa Claus (ma ovviamente c’è molto di più!), è rimasto a lungo come reliquia incastonata in una mysteriosa corona ferrea: un confronto diretto sarebbe ovviamente impietoso in ogni caso, ma è proprio per questo motivo che la strana combo “episodio natalizio + cambio di palinsesto per Dee, Kelly, ed Angie” rivela già da tempo un’insita stanchezza, la quale davvero risulta alla lunga poco rispettosa delle aspettative qualitative – purtroppo, già da tempo in pericoloso calando – dei lettori mysteriani.

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Oscar Tamburis

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

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