Grazie ad un tema difficile da trattare come quello dell’adozione, proposto con tatto e sensibilità, uBC ha portato all’attenzione dei lettori la coppia franco-belga Zidrou ai testi e Arno Monin ai pennelli, disegni e colori (ne abbiamo parlato qui). Di sfuggita, il recensore segnalava come il sodalizio tra i due fosse nato nel 2014 con Merci (nella collana "Grand Angle" di Bamboo Édition, non tradotto in Italia), un one shot sul quale vale la pena soffermarsi.
Chi scrive l’ha trovato al mercatino dell’usato, attirato dalla copertina – un’adolescente in una camera da adolescenti, tutto sottosopra compresi gli anfibi sopra il letto, la luce del cellulare davanti agli occhi e la fascia da sindaco addosso – e dal titolo, Merci («grazie» in italiano), che in maniera inusitata corrisponde al nome della protagonista: Merci Zylberajch.
Siamo nell’immaginaria Bredenne, in piena «cambrousse» (termine francese che designa la campagna circondata dal nulla, nemmeno dalla nebbia), un paesello di una provincia uguale a tutte le latitudini del mondo dove l’unica cosa che resta da fare è imbrattare i muri e bruciare i cassonetti dell’immondizia.
Ma il giudice offre a Merci, adolescente dark col cellulare incollato alla mano (Dracula, la chiama il nonno), non un istituto di correzione, bensì l’inserimento nel Consiglio comunale a pensare qualcosa per quelli della sua età. Il mondo che ruota attorno alla ragazzina è composto dalla madre che nulla può, semiparalizzata a causa di un attacco cerebrale (e di cui si intuisce la presenza dietro la facciata di casa con cui Merci si confronta alla fine della giornata), dalle amiche, due sorelle in preda ai primi fremiti (comprese le pillole colorate che si trovano in discoteca) e un ragazzino col motorino che le parla quando le cuffie le impediscono di capire cosa dice.
Che detto così sembra di una tristezza infinita, il solito ritratto sociale già visto e rivisto e che, a forza di leggerlo e rileggerlo, più che altro sfianca e deprime. Sembra... se non fosse per il tono ironico e leggero di Zidrou, accompagnato dal tratto morbido di Monin, perfetto erede di quella scuola franco-belga che la ligne claire di Hergé ha arrotondato, resa plastica e inserita in tavole e prospettive che molto devono al cinema.
E così, sotto l’ombra di un albero, Merci scopre il busto della gloria locale, Maurice Chenneval, poeta che nemmeno a scuola si insegna più. E invece…
Confesso: sono andato alla ricerca delle sue poesie, scoprendo che sono frutto della felice creatività di Zidrou. E ammetto: Merci giustifica il dubbio che mi assale quando mi chiedo perché comprare libri dato che questi sono disponibili in biblioteca. Il solo fatto di poterlo leggere quando voglio mi dà speranza, perché di questo parla la storia: della coscienza civile e sociale di una generazione che, qualunque sia la lettera che le viene aggiunta (X, Y o Z), saprà probabilmente fare meglio di noi, dei rapporti tra genitori e figli capaci di andare al di là dei silenzi, degli sbagli e delle incomprensioni, e del potere delle parole, quelle scritte nelle lettere e nelle poesie, e infine anche nei fumetti.
E per le lacrime che inevitabilmente scendono a tre quarti del libro, quando la madre della protagonista (che fin lì non s’è vista, come dicevamo) riceve a casa il giudice che non ha condannato la figlia bensì le ha offerto una possibilità, e gli porge la lettera che Merci le ha scritto, augurandogli che possa riceverne una simile dalla sua prole. Nulla sappiamo di quel che vi è scritto: ed è questo il colpo di genio di Zidrou, che lascia al lettore metterci dentro, a ogni vignetta, a ogni poesia, tutto quello che desidera.




