Approfondimento · Eroi Bonelli

Il senso di Bonelli per la "Crisi"

Stato permanente

di
Vincenzo Oliva
pubblicato
16.02.2026
lettura
8 minuti

"Crisi" è un termine troppo spesso equivocato; o, più precisamente, interpretato e inteso in modo quasi univoco: un declino, talvolta violento e talaltra lento e macchinoso, destinato inevitabilmente ad avere esito finale sfavorevole.

Al di là dell'etimologia greca, per cui una crisi si connota come "scelta", come "momento decisivo" - e che dunque non rimanda necessariamente a un risultato funesto ma a una decisione da prendere, e la cui riuscita è in linea di principio incerta nei suoi sviluppi - una crisi è appunto uno stato di passaggio da uno stato di cose a un altro: anche una situazione di crescita (economica, produttiva) vertiginosa pone in essere uno stato di crisi, con la necessità di gestire la crescita fuori scala senza sottoporre la struttura a uno stress eccessivo e che potrebbe portare a scompensi infausti. Ma detto questo, qual è lo stato di salute della Grande B(onelli)?

A partire da alcune folkloristiche affermazioni circolate nel fumettoverso a proposito di "licenziamenti" apocalittici chez Bonelli (venti disegnatori tagliati? Ma che dico venti? Cinquanta! Anzi ottanta, e chi offre tutto il cucuzzaro?), è già da qualche tempo che si sta parlando di "Crisi Bonelliana" non più sotterranea, negata o emergente; ma del tutto emersa. Che dall'esterno si percepisca un malessere è innegabile, e non è certo una questione di oggi, e neppure del post-Sergio: in modo carsico, ricorrente, a volte in apparenza quasi endemico, la percezione di uno stato (permanente) di crisi del fumetto "popolare" da edicola, quello che largamente si identifica con il fumetto bonelliano, perdura dalla fine del periodo d'oro della casa editrice, rappresentato dagli anni '70 dello scorso secolo.

Essendo ogni crisi un momento di scelta, dunque di passaggio e mutamento, è anche poco significativo che un'attività legata all'intrattenimento e quindi alle mode e alla loro volatilità possa entrare ricorrentemente "in crisi" e trovarsi nella necessità di ripensarsi e riorganizzarsi.

Dagli anni '70 a oggi la SBE lo ha fatto più e più volte, talvolta riemergendone in apparente miglior salute (magari con una gran botta di c... di fortuna come fu il successo di Dylan Dog tra la seconda metà degli anni '80 e la prima metà degli anni '90), in altre occasioni attingendo alla propria storia passata per macinare profitti e sostenere bilanci (prima con la Collezione Storica A Colori di Tex, poi in minor misura con quella di Zagor; in seguito con la ristampa anastatica delle serie a striscia dello stesso Tex, tutt'ora in corso).

Premesso ciò, l'impressione che arriva da tempo all'osservatore esterno è comunque di affanno, di una situazione allo stato ancora solida e perfino florida per motivi più di alchimia finanziaria e taglia & cuci aziendale (e di uno sterminato patrimonio passato che ancora è in grado di sostenere il presente) che realmente produttivi.

Tutto questo, come anche i bilanci aziendali e i dati di vendita delle singole testate (che i rarissimi dati ufficiali o attendibili mostrano in progressivo calo), attiene alla dimensione "industriale" della casa editrice; una dimensione che, da lettore, mi interessa solo in relazione al riflesso che essa può avere su ciò a cui davvero tengo: i fumetti da leggere.

È banale, ma non essendo un azionista o un analista finanziario la mia attenzione è puntata solo sul prodotto finito che va in edicola (o in libreria) e, per fare un esempio, un eventuale grande successo del fantasmatico Bonelli Cinematic Universe mi interesserebbe solo se i fumetti bonelliani ne uscissero migliorati.
Da lettore il mio interesse poggia tutto su un Moloch leggendario che, è giusto rammentarlo, quasi mai è in relazione diretta con la salute finanziaria di un'azienda: la qualità del prodotto. Quanto vendano Tex, Zagor, Julia o Martin Mystère mi interessa nei limiti della loro sopravvivenza in edicola (e a maggior ragione ciò vale per il fatturato e il profitto della SBE), ma ciò che DAVVERO mi interessa è che la qualità, dei testi e dei disegni, sia tale da attrarmi ancora oggi e invogliarmi all'acquisto dei loro fumetti.

Certo la qualità è una qualità sfuggente, legata anche molto al gusto personale, a ciò che il singolo cerca e si attende da una lettura o una visione (e specularmente, a quale pubblico intende rivolgersi l'editore o l'autore). Non esiste una legge universale che detti ciò che un prodotto di intrattenimento debba essere: chi cerchi una mezz'ora di evasione e nulla più, sarà senza dubbio incline ad accontentarsi di una lettura o una visione non particolarmente curate o approfondite - anche perché il livello di attenzione non lo farà soffermare, più di tanto o del tutto, su dettagli in grado di evidenziare cura e profondità rivedibili o peggio; chi ritiene che il fumetto (o altro medium) possa essere una forma d'arte, o dovrebbe essere tale sempre e comunque, non si accontenterà di un prodotto confezionato in modo men che attento a ogni particolare, e soprattutto al livello qualitativo di disegno e testo.
Il nostro Moloch conduce inevitabilmente a un'altra questione: il prezzo degli albi. Dall'età dell'oro bonelliana a oggi non soltanto è trascorsa una cinquantina d'anni, ma è intervenuta anche una lunga serie di vere e proprie rivoluzioni: culturali, economiche, sociali, del gusto, del tempo libero. Delle opportunità.

Quando non giocavano per strada, i ragazzini degli anni '60 e '70 avevano a disposizione una televisione che al giorno d'oggi ci appare paleolitica, e soprattutto un patrimonio inestimabile di carta: i fumetti delle edicole. Che di quei fumetti strabordavano.
Erano ovviamente pubblicazioni di qualità diseguale: a capolavori immortali come il Tex di GLB, o lo Zagor e il Mister No di Sergio, oppure non poche storie disneyane, si affiancava anche tanta paccottiglia; tutte queste pubblicazioni, però, avevano una caratteristica in comune: costavano poco, praticamente due spicci. Questo, e sostanzialmente l'assenza di alternative del pari attraenti, oltre alla "fame" di divertimento, faceva sì che anche la paccottiglia avesse un suo mercato: i lettori - non potendo leggere dodici volte lo stesso albo di Tex - finivano per comprare e leggere anche Akim, e figuriamoci quindi se non leggevano pure fumetti non trascendentali ma dignitosi come il Comandante Mark o Capitan Miki. Per decenni e decenni i fumetti targati SBE hanno avuto un costo molto basso, hanno rappresentato una delle forme di divertimento più a buon mercato disponibili - e al contempo, in media, il loro rapporto qualità/prezzo era incredibilmente favorevole per il lettore. Ma anche per l'editore, che poteva guadagnare comunque molto grazie ai grandi numeri in tal modo generati, e con quei grandi numeri conquistare il mercato.

Cinquant'anni più tardi (ma già da molto prima), il fumetto bonelliano ha una sfilza quasi infinita di concorrenti sul mercato dell'intrattenimento, non certo solo l'ormai pionieristica PlayStation. L'aumentata concorrenza e altri fattori hanno comportato una (assai) consistente diminuzione delle vendite, cui la casa editrice ha cercato di porre rimedio in vario modo. Senza entrare nel merito della bontà delle scelte editoriali operate per cercare soluzioni - che spessissime volte sono state da mettersi le mani nei capelli, va detto - è del tutto naturale che una delle più naturali e anche delle più "sane" dovesse essere l'aumento progressivo del prezzo di copertina degli albi. La scelta obbligata di questa politica dei costi ci riconduce però a riflettere sul nostro Moloch.

Al di là di quella tipologia di lettori per cui "Tex si compra a prescindere" (e che comunque debbono godere di un certo reddito per poter prescindere in eterno), anche i lettori si sono ritrovati in crisi: si sono ritrovati cioè a dover scegliere. Il lettore che cercava la sua mezz'oretta di svago ha scoperto, man mano, che gli costava sempre di più e che nel frattempo, magari, una App gratuita sul cellulare gratifica anche di più il suo ciclo della dopamina o una qualsiasi piattaforma streaming lo abbuffa di film e serie TV più che un all you can eat; a un certo punto, se non lo ha già fatto, deciderà che può fare a meno dell'albo a fumetti. Il lettore più esigente, quello che in genere provoca forme particolarmente fastidiose di orchite in autori, editori e lettori di altro genere, ma che ama i fumetti per la loro incredibile versatilità espressiva e le potenzialità, narrative e artistiche, pressoché infinite, ha finito per sperimentare un altro fenomeno: al crescere dei prezzi, il Moloch non solo non si è raffinato, innalzato; ma anzi spesso è andato in calando, anche a picco. Il cosiddetto "albo bonelliano" è passato dall'essere una lettura mediamente eccellente - e soprattutto con un rapporto qualità/prezzo generalmente eccezionale - a essere una lettura mediamente noiosa, un prodotto scritto male, con un rapporto qualità/prezzo del tutto insoddisfacente.

Per portare un esempio personale: se oggi potessi leggere nuovamente il Tex di GLB sarei disposto a pagare anche dieci euro per l'albo, ma il succedaneo che arriva in edicola attualmente, in tutta franchezza, non vale il prezzo di copertina. Negli anni '70 lo avrei comprato, come comprai Akim; oggi no. E questo vale per quasi tutte le testate oggi in edicola. Non tutte e non sempre, ovviamente: al Nathan Never di Michele Medda non rinuncio, così come non rinuncio al Dylan Dog delle Wonder Women Porretto&Mericone o di Alessandro Bilotta (sono solo esempi, non un elenco definitivo). Il lettore esigente è appunto in crisi, e quindi sceglie: se un tempo sceglieva una testata (o addirittura tutta la produzione bonelliana, come in passato è capitato anche a me), oggi è inevitabile operare la più banale delle considerazioni e, conseguentemente, delle scelte: scelgo solo quello ritengo valere il suo prezzo. 

Fra una decina di anni scopriremo se il senso di Bonelli per la crisi l'ha sfangata una volta di più.