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Quale spauracchio?
È lo stesso autore a parlarcene. Dello spauracchio, intendo. E lo fa mettendo subito le mani avanti, come a giustificare la presenza del celeberrimo burattino sulle pagine di Julia. E se qualcuno non rimembra tali parole nell’introduzione all’albo attualmente in edicola, non ha motivo di preoccuparsi. La posta del numero 328 è dedicata alla consueta lettera di una lettrice che racconta una vicenda commovente di vita vissuta, ricevendo un'affettuosa risposta da parte della criminologa in persona. Giancarlo Berardi, infatti, ha parlato diffusamente della sua passione infantile per “Pinocchio” nella prefazione al volume Nel paese dei burattini, stampato e distribuito nel 2021 esclusivamente per fumetterie e librerie come omaggio ai 140 anni dalla prima pubblicazione della favola ideata da Carlo Collodi. Volume che, adesso, viene inserito nella collana degli albi regolari da edicola come ristampa.
I motivi di tale scelta? Non volendo essere cosi maligni da pensare che la factory dell’autore genovese sia così a corto di materiale da riciclare albi già editi in altra forma per coprire buchi nella programmazione della serie, ci deve essere necessariamente una motivazione diversa. E, forse, lo “spauracchio” si identifica nel vituperato allungarsi del naso del famigerato burattino in caso di menzogna. “Togliere la possibilità di mentire ad un bambino è come sottrarre un bastone ad un cieco”, ammonisce Berardi nella prefazione. Sottolineando che è la sua unica arma di difesa nei confronti degli spaventosi adulti. Che sia lo stesso nel caso di un autore di una serie in calo di vendite nei confronti degli affezionati, quanto tradizionalisti, lettori?
Diminuiscono le pagine
È noto che dal mese prossimo la formula editoriale di Julia cambierà ancora: dalle attuali 116 pagine (già una riduzione delle 132 per cui l’albo era stato concepito inizialmente) si passerà a 80. Un drastico taglio che spaventa il pubblico, cui non basta la rassicurante dicitura in quarta di copertina che assicura “avventure più serrate, che si dipaneranno anche su albi consecutivi”. Chi segue la collana sin dall’inizio sa bene che il numero di pagine più elevato rispetto agli altri personaggi bonelliani era stato esplicitamente richiesto da Berardi. E per un motivo ben preciso: il dipanarsi delle avventure della criminologa di Garden City ha una partenza e uno sviluppo calibrati, scanditi dal ritmo necessario all’autore per delineare lo svolgersi degli eventi, costruire la psicologia dei personaggi (comprimari compresi) e arrivare ad un finale coerente con i presupposti iniziali. Già la precedente riduzione aveva costretto l’autore ad “asciugare” alcune sequenze per far stare tutto nella nuova foliazione senza sacrificare troppo in termini di logica narrativa.
Il timore che la nuova formula porti ad uno stravolgimento delle storie e/o del personaggio è più che fondato. Ancora di più il fatto che il motivo del cambiamento sia dettato da motivi economici che nulla hanno a che fare con la gestione creativa del personaggio.
Più azione e meno introspezione
(Molte) meno pagine da sceneggiare e altrettante meno tavole da disegnare. L’operazione ha un senso soltanto da un punto di vista produttivo. I tempi tecnici della realizzazione dell’albo si riducono di quasi un quarto, cosi come la retribuzione degli autori (quelli bonelliani, infatti, vengono pagati a cottimo in base a quanto consegnato in redazione).
A qualcuno sembra si stia parlando di un prodotto da fabbrica e non di un opera dell’ingegno? In effetti il linguaggio burocratico (diciamo pure “arido") lo lascerebbe credere. Torniamo a parlare, dunque, di creatività nel dire che le caratteristiche della scrittura di Berardi & soci sarebbero sicuramente penalizzate (e di molto) da questo nuovo formato. A meno che non si inventi qualcosa, infatti, la cadenza musicale degli ariosi dialoghi dell’autore genovese, cosi come i complessi intrecci delle sue trame o le varie sfumature psicologiche dei suoi personaggi perderebbero quasi del tutto il loro potenziale. Per non parlare dell’estremo realismo con cui lo sceneggiatore è abituato a tratteggiare i luoghi che descrive e le azioni di chi mette in scena.
Favola fin troppo
La storia Nel paese dei burattini lascia trapelare molto della sede a cui era originariamente destinata (omaggio celebrativo fuori collana) nella concezione e nello sviluppo.
Cosi stridente con il trend attuale della serie da far credere che lo abbiano apposta collocato qui come chiusura ideale di un ciclo e come tributo a quello che “Julia” avrebbe potuto essere se si fosse data piena libertà d’azione al suo creatore. Cosa che non sarebbe stata necessariamente un bene, dato il tenore altalenante della vicenda. La parte migliore è all’inizio: la ben nota abilità di Berardi nel creare scene di confortante vita familiare è una garanzia. Lo sprovveduto duo di turisti Julia ed Ettore, maldestramente smarriti nella sperduta campagna toscana, vengono aiutati, ospitati e sfamati dalla calorosa coppia di contadini formata da Odoardo e Bice. L’allegra spontaneità dei padroni di casa, l’incantevole ambiente della loro fattoria e i sapori veraci della loro cucina riscaldano piacevolmente il cuore della criminologa e del suo compagno, nonché quello del lettore.
La chiave per passare da questo quadro bozzettistico al mondo (fin troppo) favolistico del burattino di Collodi è, inevitabilmente, una copia del romanzo donata dal padrone di casa a Julia e da quest’ultima letta prima di scivolare nel sonno. Senso di realtà addio, siamo nel regno della fantasia, scortati e spronati da Pinocchio in persona.
Da spauracchio a compagno d'avventura? Per Berardi il passo è breve. Che voglia esorcizzare la sua paura infantile contando sulla complicità con il lettore?
Tra cinismo e sogni
Già dalla trita premessa (l’idea che tutta la vicenda possa essere tutta un sogno di Julia) risulta difficile instaurare il tradizionale patto di “sospensione dell’incredulità” tra autore e lettore. Se poi la protagonista entra in scena in camicia da notte e c’è bisogno dell’intervento della Fata Turchina anche soltanto per fabbricarle all’istante una tenuta più idonea non c’è davvero di che stare tranquilli.
Si percepisce immediatamente che l’autore si è costruito un universo ad hoc in cui valgono solo le regole che lui stesso di volta in volta inventa, a seconda del suo estro e della sua convenienza. Al pubblico rimane solo una scelta: seguirlo docilmente o interrompere la lettura. Se la curiosità di vedere come va a finire ha il sopravvento allora si prosegue e che il Santo Patrono dei lettori ci guardi con occhio benevolo.
Sarà un percorso a più tappe in un'artefatta quanto scombiccherata rielaborazione della favola collodiana, dove si dialoga con tutti i personaggi del romanzo rivisti e corretti, sulla falsariga del kenparkeriano La terra degli eroi, ma con molta meno consapevolezza e senza una precisa bussola a delineare la rotta. Berardi oscilla tra un desiderio di ritrovare l’innocenza dei sogni dell’infanzia e il cinismo dissacratorio nel mandarli in frantumi una volta che ce li ritroviamo di fronte. La sua Fata Turchina è emblematica: una volta dismessa la bacchetta magica e (soprattutto) l’abito la ritroviamo nei succinti panni di una prostituta. E anche se Pinocchio si affanna a dirle che non “gli importa del lavoro che fa” ormai l’intento è compiuto. L’illusione che gli eroi di quando eravamo bambini siano rimasti tali è crollata. Anche loro sono stati contaminati, sconfitti e rimodellati da una brutale quanto spietata nuova realtà.
Di nuovo l’alba
Scontato anche il finale, con un'insonnolita Julia - di nuovo in viaggio con Ettore dopo essersi accomiatati dai loro gentili ospiti - che finisce per incrociare, nella realtà, un uomo che ha lo stesso volto di quello dell’arrogante imprenditore che ha sconvolto l’universo collodiano per profitto nel suo sogno.
Fin troppo facile giustificare l’incredibile sequenza di eventi a cui abbiamo assistito, liquidandoli come una fantasia onirica prodotta dall’inconscio della protagonista, fin troppo suggestionata dalla lettura di quel libro feticcio che fa bella mostra di sé sul sedile posteriore dell’auto. E nemmeno aiutano, nell’impresa di far digerire tutto all’ormai inviperito lettore, i disegni - per nulla suggestivi - di Marco Soldi. Uno degli autori storici della nostra criminologa, nonché primo copertinista, viene rispolverato da Berardi per l’occasione e risponde presente: ma il suo rientrare nei ranghi non è accompagnato da una prova all’altezza della sua fama. Troppe incertezze nel tratto, troppe vignette tirate via e una generale sensazione che, al pari del lettore, non sia riuscito ad entrare nell’atmosfera della storia e, indeciso sul da farsi, abbia adottato una linea “neutra” che non ha giovato né alle parti realistiche del racconto né a quelle ambientate nell’universo alternativo. Nel finale del racconto c’è una nuova alba, speriamo bene...





