Ho sempre immaginato la Terra senza frontiere, né confini. Chiaramente è solo un’utopia, perché di confini, muri, barriere, sbarramenti - che siano essi fisici o mentali - ne siamo ampiamente pieni. Siamo così bravi a gestire i limiti del nostro essere che non ci facciamo mancare proprio nulla!
Il valore sociale e politico delle cartine geografiche nei fumetti rappresenta un campo di analisi estremamente fertile, che si inscrive nella più ampia disciplina della cartografia critica. Le mappe, infatti, non sono mai rappresentazioni neutre o puramente oggettive del territorio, ma strumenti di potere che riflettono, rafforzano o contestano determinate visioni del mondo, strutture di potere e narrazioni geopolitiche. Il fumetto, come medium visivo e narrativo, amplifica questa dimensione critica.
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I fumetti d’inchiesta che raccontano di storie, luoghi e persone che vogliono cambiare il mondo.
Il sociologo e filosofo canadese Marshall McLuhan, nel suo libro Capire i media (Il Saggiatore, 2011) definisce il fumetto come un medium "freddo" perché, come la stampa da cui deriva, richiede la partecipazione attiva del lettore per colmare le informazioni mancanti e completare il significato, creando un atto di collaborazione.
L’idea che sta alla base del concetto di McLuhan è davvero interessante proprio perché pone l’oggetto fumetto come un’arte partecipata, dove l’ausilio del lettore non è semplicemente quello di fruitore ma ne diviene, allo stesso tempo, uno spettatore “attivo”, laddove - appunto - si ha la consapevolezza di esser tali.
Definizione che ci permette di introdurre il concetto della cartina geografica come elemento fisico e politico e non più come oggetto “appeso” nei muri delle scuole per decorare pareti tristi e vuote. La cartina, oggi, è propriamente un atto che trascende dalla sua oggettualità fisica e diviene mera espressione di giochi di guerra, sconfinamenti territoriali e abusi di potere senza limiti né dignità.

In questo decimo articolo (piccolo traguardo) della rubrica Graphic Journalism, andremo ad affrontare una serie di temi e fumetti che lavorano come parte strutturante di una situazione politico-sociale forte e impegnata nel capire come un pezzo di carta possa far interagire e/o cambiare le sorti del mondo.
Le cartine geografiche sono un oggetto affascinante da studiare e leggere, oggi ancora di più per via della sua visibilità quotidiana che gli smartphone ci permettono di avere e utilizzare con pochi clic. Le mappe, però, sono anche strumenti di potere a tutti gli effetti.
Nell’universo dei fumetti, la cartografia viene impiegata non solo per orientare il lettore o contestualizzare l'azione, ma come vera e propria retorica visiva capace di veicolare messaggi sociali e politici. Le scelte relative a cosa includere, cosa omettere, quali confini disegnare - e quale prospettiva adottare - possono diventare atti politici. Un autore può intenzionalmente utilizzare mappe distorte o incomplete per simboleggiare l'esclusione sociale, l'ignoranza geografica imposta o autoimposta, o per smascherare l'arbitrarietà dei confini che generano conflitti e disuguaglianze.
Ad esempio, la rappresentazione di spazi urbani segmentati o periferici può evidenziare le politiche dell'esclusione e la disomogeneità sociale, spesso nascoste nelle mappe convenzionali che tendono a omogeneizzare la realtà.
La recente attenzione accademica verso la comic book geography e la comic book cartography conferma l'importanza di questo incrocio. Opere come Maus di Art Spiegelman, pur non essendo centrate sulla cartografia tradizionale, utilizzano simboli spaziali e la distinzione netta tra "topi" (ebrei) e "gatti" (tedeschi) per creare una geografia sociale carica di significato politico ed etnico, mettendo in luce le dinamiche di persecuzione e l'essenzialismo territoriale.
Il graphic journalism, ad esempio, è legato spesso a tematiche sociali e di attivismo è può includere mappe che fungono da documento di contro-narrazione o atti sociali che denunciano situazioni e/o questioni importanti per la società.
Queste mappe "dal basso" o autoprodotte sfidano le cartografie ufficiali, tracciando percorsi alternativi, evidenziando spazi di resistenza o mappando la geografia di un movimento politico o di una comunità marginalizzata. L'uso di una mappa autoprodotta veicola il potente messaggio di non credere a nessuna mappa che non sia fatta da sé stessi, un richiamo all'auto-rappresentazione come atto di liberazione e critica al potere cartografico istituzionale. Il fumetto, in questo senso, diventa non solo una mappa da leggere, ma una vera e propria pratica di orientamento critico che coinvolge attivamente il lettore nell'interrogazione dello spazio e delle sue implicazioni sociali (si veda, ad esempio, il fumetto di Kate Beaton, Ducks - Due anni nelle sabbie bituminose).
L'uso di una mappa in un fumetto può diventare un potente strumento di de-costruzione dei modelli spaziali dominanti, invitando il lettore a riconoscere il potere della mappa come costrutto ideologico e a interrogare le forze che plasmano il territorio, sia a livello globale che locale.
La mappa che vedete qui a corredo (già utilizzata nell’articolo dedicato a Diari di Guerra di Nora Krug e che, tra l’altro, è stata la base dell’idea per scrivere questo articolo) definisce bene la situazione politica della guerra che si sta combattendo da anni tra Russia e Ucraina.
L’autrice, nel suddetto caso, la utilizza come “tappeto” visivo per introdurre il lettore negli spazi del conflitto e cercando di darne una visione oggettiva, anche se sappiamo molto bene che l’oggettività nel mondo dell’arte non esiste o, quanto meno, bisogna sempre prenderla con delicato approfondimento.
Ma che cos’è la cartografia critica?
Cerchiamo di dare una base strutturale ai lettori e alle lettrici che non conosco il concetto stesso del termine: essa è un approccio alla creazione e all'interpretazione delle mappe che le considera strumenti politici e sociali, piuttosto che semplici rappresentazioni neutre della realtà. Questo metodo enfatizza il modo in cui le mappe riflettono il potere e le ideologie, e promuove pratiche partecipative in cui le comunità locali collaborano alla creazione di rappresentazioni del loro territorio, dando voce alle loro esperienze e visioni.
Nel mondo della nona arte, ci sono diversi (tanti) esempi in cui la cartina geografica o la mappa vengono utilizzate. Spesso con fare superficiale e/o semplicemente come parte descrittiva o narrativa di un determinato contesto, altre volte per situazioni socio-politiche come l’esempio poco sopra descritto.
Andiamo ad analizzare alcuni aspetti di opere lette che hanno dato la struttura portante per la costruzione di questo scritto.
Palestina di Joe Sacco (reportage a fumetti)
Joe Sacco impiega mappe dettagliate, spesso realizzate intenzionalmente in modo disordinato, per raffigurare aree ad alta tensione come il Medio Oriente, con particolare attenzione alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania. Queste rappresentazioni spaziali trascendono la mera funzione di orientamento turistico, trasformandosi in potenti strumenti per evidenziare l'impatto fisico e psicologico dei confini rigidi, dei checkpoint oppressivi e delle occupazioni militari prolungate. Le sue opere mostrano in modo crudo e vivido la frammentazione del territorio, illustrando come i muri e le barriere innalzate dividano brutalmente le comunità e svelando la natura arbitraria della libertà di movimento concessa alla popolazione Palestinese.
Di conseguenza, le mappe di Sacco si configurano come una critica visiva diretta e incisiva alla geopolitica dell'esclusione, denunciando la natura ingiusta e imposta delle linee di confine stabilite dal potere militare e statale. Possiamo definire il modo in cui utilizza la geografia come strumento di critica sociale e geopolitica.
Piccolo atlante storico geografico dei centri sociali italiani di Claudio Calia (memoria collettiva e strumento di rivendicazione)
Il fumetto realizzato da Claudio Calia si distingue come un pregevole esempio di cartografia alternativa e di contro-narrazione sia geografica che politica.
L'opera svolge l'importante funzione di mappare la storia, i luoghi fisici e la diffusione capillare dei centri sociali occupati e autogestiti sul territorio italiano. A differenza delle mappe ufficiali (tradizionalmente dedicate a celebrare monumenti e sedi del potere istituzionale), Calia ha concepito un atlante critico che assegna visibilità e dignità a spazi che il discorso dominante tenderebbe a relegare ai "margini" o a etichettare come "illegalità".
In questo contesto, la mappa trascende la sua funzione meramente orientativa per diventare un vero e proprio atto di rivendicazione identitaria e di conservazione della memoria collettiva per l'attivismo di base, operando una profonda trasformazione: luoghi spesso percepiti come periferici si ergono a nodi vitali di resistenza e di fervente produzione culturale. Si tratta di una chiara e potente manifestazione del principio di "mappa fatta da sé stessi" come fondamentale forma di emancipazione politica e sociale.
Persepolis di Marjane Satrapi (cartografia emotiva del confine identitario)
L’opera di Marjane Satrapi si discosta dall'uso di mappe cartografiche tradizionali, scegliendo invece di impiegare una geografia simbolica di eccezionale potenza.
Il nucleo narrativo dell'opera si sviluppa attorno al confine identitario e culturale che separa l'Iran dall'Occidente. Sebbene le singole vignette non siano mappe nel senso stretto del termine, esse agiscono come una vera e propria cartografia emotiva e politica: illustrano in modo toccante la distanza crescente e la rottura interiore tra la Satrapi bambina e l'adolescente esule, mettendo in luce il concetto lacerante di patria perduta o irrimediabilmente distorta.
Le sequenze che descrivono l'allontanamento forzato dal proprio paese o il difficile ritorno in un Iran ormai irriconoscibile tracciano la mappa di un trauma geopolitico profondo e del conflitto costante tra il senso di appartenenza e l'impulso alla fuga. Di conseguenza, lo spazio geografico non è più un semplice sfondo, ma si trasforma in una metafora del controllo politico esercitato sul corpo e sulla libertà individuale. La mappa mentale e visiva che l'autrice disegna per il lettore è quella eloquente della migrazione e del dislocamento.
Abbiamo visto e analizzato alcuni esempi di come le mappe possono diventare atti di azione politica, collettiva e personale trascendendo dalla loro funzione primordiale ed estetica. A questo punto, torna in mente il filosofo italiano Emilio Garroni quando parla del suo concetto di “determinato” e “indeterminato” nel libro Immagine Linguaggio Figura (Laterza, 2015) dove, appunto, siamo noi esseri umani che ci prefiggiamo dei costrutti mentali, non andando oltre la soglia dell’apparente determinazione di un oggetto. Bisogna quindi lasciarsi andare e non farsi fermare dalle apparenze, ma guardare, costruire con le proprie idee il mondo che Yuri Gagarin aveva (utopisticamente) visto a bordo della navicella Vostok 1 nell’aprile del 1963: <<Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere, né confini>>.
Rimane solo la consapevolezza di aver sentito una frase meravigliosa che si rispecchia, però, in un mondo reale.

