Nell’allegoria biblica della Genesi si narra della creazione del mondo da parte di Dio nei canonici sette giorni, processo che culmina con l’origine di Adamo.
Tony Lee (Marvel, DC, Titan Comics) è l’ennesimo autore che pesca da sì celestiale calderone; la peculiarità del suo apporto è data dal supporre che i suddetti giorni non furono in realtà consecutivi, anzi tra il secondo e il terzo trascorsero diverse migliaia di anni, durante i quali l’Onnipotente si dedicò alla creazione dell’Uomo, al quale fece dono dell’anima, cosa che da sempre aveva negato ai suoi angeli. Fu dunque questo l’evento scatenante della rivolta di Lucifero - in maniera quindi non molto dissimile da quanto poi narrato da Millar - con le conseguenze che tutti bene o male conosciamo.
Altro importante passaggio nella fase di world building è stato infine postulare che l’Inferno fosse una realtà metafisica già esistente, e popolata da torme di demoni con le loro proprie gerarchie - al pari sembra anche degli altri pantheon che hanno costellato la storia degli uomini e delle loro religioni. Lucifero, dopo la sua caduta, si impose prima sull’uno e poi sugli altri, coadiuvato da quegli angeli Serafini che avevano creduto (a torto) nella sua visione, e che una volta estromessi dal Paradiso, essendo stati irrimediabilmente alterati nel loro sembiante, assunsero anche un altro nome: Necrophim, o Necrofini.
La vicenda, pubblicata tra il 2010 e il 2011 sulle pagine della celebre rivista antologica britannica 2000 AD, parte da queste premesse, con un Lucifero descritto in larga parte come il classico despota arrogante, tronfio e magniloquente (il tutto ovviamente condito da una buona dose di depravazione, come il personaggio richiede), abbigliato un po’ a là Baron Samedi, che trascorre indolente il suo tempo in una cittadella infernale che ricorda anche troppo da vicino atmosfere a metà tra il western di frontiera e i sobborghi operai inglesi degli anni ‘70 del secolo scorso.
Tutto intorno, una corte variegata tra la quale serpeggia (ovviamente celato) il malcontento per questa eterna impasse, ma tra le cui fila si annoverano dei Necrofini come Uriel i quali, nonostante tutto, rimangono fedeli al proprio leader. Lucifero non ha più il carisma adatto per regnare sull’Inferno, e un cambio di regime sembra interessare a più di una delle forze in campo, ivi compresi alcuni Serafini, come Raziel, i quali non disdegnano di fare su e giù tra i due regni, tenendo le orecchie dritte per captare qualsivoglia allontanamento dalla “retta via”.
La disposizione dei pezzi in campo coinvolge, oltre a Lucifero, Uriel e Raziel, anche un altro discreto numero di figuri, e la miccia è davvero troppo corta per non dare inizio ad una vicenda dai contorni politici prima ancora che esoterici, in pieno stile “Game of Thrones”.
L’ordito narrativo è molto denso, permeato da dosi massicce e continue di doppi, tripli ed ennupli giochi, il fulcro dei quali rimane principalmente Uriel, le cui macchinazioni dalla vast(issim)a portata si disvelano progressivamente come in un qualsiasi con movie che si rispetti - e questo a volte fa sì che un minimo senso di smarrimento faccia capolino, nel cercare di tenere il conto dei twist. Uriel continua a rimanere fedele alla sua idea di un Inferno caratterizzato da quella visione comune che aveva sì portato alla cacciata dal Paradiso, ma che al contempo aveva suscitato una sorta di “coscienza di classe” che un’eterna venerazione dell’Altissimo aveva sempre tenuto sedata. Analogamente, i precedenti abitatori delle lande infernali rivendicano quel posto come loro, e la guerra civile che arriva a manifestarsi al culmine della vicenda (con i Serafini a fare tecnicamente da osservatori imparziali) è il risultato di un’onda di risentimenti covata sotto la cenere nel corso di eoni, e proprio per questo praticamente impossibile da arrestare una volta messa in moto, capace finanche di lambire i confini del Purgatorio.
Dato che, come si diceva all’inizio, la materia di partenza è da sempre fonte di ispirazione a tutte le latitudini, sarebbe arduo cercare di elencare tutti i rimandi a opere precedenti: dovendone scegliere uno, non si può che cercare nell’epopea di Sandman, quando a Morfeo viene affibbiata la chiave dell’Inferno da un Lucifero che, oltre a rassegnare le dimissioni, ne approfitta per menare una stoccata non da poco all’Eterno che lo aveva ridicolizzato in precedenza davanti all’intera sua corte. Va poi da sé che alla fine sembra che tutto rientri sempre nel più grande dei Master Plan, ossia quello di Dio, ma l’autore in questo è bravo a non calcare troppo la mano, così come a cercare fino all’ultimo di confondere il lettore, dandogli un finale apparentemente inaspettato ma in realtà sempre sbandierato - e proprio per questo non apprezzabile come ipotesi da parte del lettore, in un gioco virtualmente infinito di verità e illusioni, rimandi e ribaltamenti.
La prova grafica di Lee Carter convince ma non vince: in altre parole, la sua vocazione di artista fantasy emerge prepotentemente attraverso una resa possente sia dei personaggi che delle ambientazioni, grazie anche ad una colorazione digitale molto ispirata, capace di virare lungo una scala di grigi che non sfuma mai completamente verso l’uno o l’altro estremo - tranne ovviamente per l’Altissimo, per il quale il bianco pressoché assoluto è una scelta quasi obbligata!
Questa stessa impostazione si risolve però in una serie continua di immagini iper-realistiche, le quali di conseguenza hanno più la parvenza di una galleria infinita di pin-up, che di “normali” vignette in un racconto per immagini: l’intera opera trasuda un senso di staticità quasi opprimente che neanche le linee cinetiche riescono a scalfire (cfr. ad esempio qui). Il prevedibile risultato è di appesantire l’esperienza di lettura che, al di là del piacere di assistere ad una prova grafica di livello, fallisce nel tentativo di creare quella necessaria connessione empatia di cui appunto la citata esperienza si compone.
Opere come questa trovano il loro punto tanto di forza quanto di debolezza nel delicato esercizio di stile in cui si producono - che è poi il motore narrativo più antico di tutti, vale a dire l’attribuzione di atteggiamenti e pulsioni di caratura umana a fenomeni naturali e, allargando il tiro, ad entità/astrazioni metafisiche. Bibbia e Terry Pratchett, quindi, ma anche Milton e Alan Moore, passando per Dante e Go Nagai, e mille altri ancora: ciò non significa però che il carattere derivativo dell’opera ne sminuisca il valore, anzi questo viene corroborato anche dalla controparte grafica, pur con tutti suoi contro. Da sottolineare poi che, al contrario di opere come Good Omens o Preacher, stavolta l’escamotage di “Dio ha lasciato tutto e la situazione è degenerata/la cosa non va fatta trapelare” è stato fortunatamente lasciato da parte, mantenendo così se possibile l’elenco degli attori al completo - seppur consci che l’inconoscibilità di default circa le azioni di alcuni di questi è un fardello narrativo con il quale dover fare i conti, in un modo o nell’altro.
Concludendo, una lettura nel complesso non priva di spunti interessanti, pur risolvendosi alla fine in uno schema sin troppo classico alla “pacco, doppio pacco e contropaccotto” che quasi suggerisce che alla fin fine l’aldilà dell’aldiqua (come diceva Sclavi) non sembra poi tutto questo grande affare.
Forse solo John “Con” Constantine si sarebbe divertito a creare ancor più baruffa di quanto non ne abbiano fatta Uriel e compagnia - e nessuno in fin dei conti può assicurarci che non sia davvero andata così!

