Recensione · Graphic Novel

"Blankets" di Craig Thompson (2003)

Sia lode all'Outsider

di
Vincenzo Oliva
pubblicato
11.08.2025
lettura
6 minuti

“Ogni volta, la mia voce non era nel coro.”

Ridotta alla sua sintesi più essenziale, la storia narrata in Blankets è tutta racchiusa in questo pensiero, espresso da Craig Thompson in un momento di astrazione durante una di quelle occasioni di festa corale e vita sociale che più che altro sono torture per lo spirito: un party di adolescenti. Pensiero che racchiude la serena e tranquilla presa di coscienza di una quieta alterità, fino alla sua piena accettazione.

Qualsiasi riflessione su Blankets non avrebbe bisogno di aggiungere altro a quel pensiero, che già dice tutto ciò che di fondamentale ci offre e ci mostra questo vero e proprio romanzo di quasi seicento tavole, al tempo stesso dilatato nei tempi fisici, naturali, narrativi; e denso, finanche stipato, dei sentimenti, dei pensieri, di tutto il sé stesso che l'autore ha impresso nelle pagine e sulle pagine. Non vi sarebbe bisogno di aggiungere altro se quelle seicento tavole non fossero anche così ricche di un'arte grafica e una maestria narrativa - dunque una piena sapienza fumettistica - che lascia ammirati.


Al momento della pubblicazione di Blankets il suo autore ha ventotto anni circa: un'autobiografia parrebbe prematura, se non fosse che una straordinaria autoconsapevolezza e capacità di autoriflessione, e le capacità artistiche di tradurle in una narrazione coerente e visivamente di grande efficacia descrittiva rendono di pieno e compiuto significato un percorso di vita tanto semplice e perfino banale nei suoi accadimenti, quanto invece fluviale, esorbitante nell'abilità e nell'attitudine di analizzarne i riflessi emozionali, di scrutinarne i sentimenti all'origine e di converso i sentimenti che ne risultano. Blankets è talvolta descritto come un romanzo di formazione, ma il racconto di Craig non è la cronaca del percorso che attraverso modificazioni interiori e una crescita che avviene a séguito di prove "attitudinali" traguardano il bambino e poi l'adolescente verso la struttura morale definitiva dell'adulto responsabile; è se mai il resoconto di un progressivo risveglio, della presa di coscienza della propria identità più autentica, frutto di un temperamento straordinariamente forte e presente a sé stesso e in grado di scegliere quali parti serbare e quali superare della propria identità familiare e del lascito culturale e spirituale della chiusa e ristretta comunità di origine, formata da cristiani fondamentalisti; lungo anni e anni di vita, relazioni familiari, interazioni sociali,  questa eredità di nascita di Craig viene filtrata e selezionata dalla sua curiosità per l'altro da sé, sottoposta a completa revisione da una personalità che sotto l'apparenza timida e quasi remissiva di artistoide un po' sfigato mostra un nerbo istintivo di intatto vigore, una chiarezza di intenti che precede il ragionamento, la riflessione, l'analisi di sé - una chiarezza che un lessico forse insufficiente può definire soltanto come innata.

Se certamente la presa di coscienza di Craig è serena, pacifica - un esito naturale riassunto nella sintesi di quel suo pensiero prima riportato - gli anni necessari per giungervi non sono stati invece esenti da traversie, drammi, crisi interiori, e anche eventi traumatici. Nulla di più lontano di Blankets, tuttavia, dalla peste letteraria degli ultimi decenni rappresentata da quella letteratura del dolore che ha convertito il racconto autobiografico in successioni infinite di racconti di tante drama queens dal narcisismo ipertrofico e dall'identità personale ipotonica che trasformano in sofferenze estreme e di eccezionale unicità le ferite della vita che tutti noi più o meno ci portiamo addosso e a cui cerchiamo di reagire per sopravvivere più o meno senza troppe mutilazioni. Thompson non fa e non si fa sconti nell'esporre la sua vita, ma racconta gli eventi anche più drammatici come tappe naturali di quel risveglio esperienziale, della presa di coscienza dei suoi limiti e al contrario dei propri aspetti più forti.

Craig approda dunque a una piena cognizione di sé nel maturare la capacità di affermare la propria personalità e i propri punti di vista, e maturando al contempo le competenze caratteriali per difendere sé stesso e di conseguenza anche gli altri dal dolore e dai sensi di colpa. È in tal modo che il rapporto naturalmente conflittuale con genitori che per molti versi appaiono problematici si ricompone nell'affetto per due persone comuni che hanno difetti e virtù, che fanno caterve di errori come tutti noi ne facciamo; è in tal modo che il frastagliato e spiritualmente complicato rapporto con Dio e una religione vissuta nella comunità di origine come una dimensione esistenziale totalizzante perviene alla sintesi strettamente personale di un'ispirazione che concorre a definire l'individuo. È in tal modo che perfino un evento che sarebbe in grado di devastare chiunque - le molestie subite da Craig e suo fratello minore da parte di un babysitter - resta una brutta ferita del passato, ma progressivamente perde il suo "potere" di condizionare il presente e il futuro. L'autore non ci presenta una storia di resistenza, e tantomeno di resilienza (uno dei più balordi concetti collaterali alle tante narrazioni del dolore che hanno invaso il nostro orizzonte culturale) bensì una poderosa storia di affermazione personale.

Un materiale narrativo tanto delicato eppure inflessibile si traduce visivamente in uno stile grafico molto personale che unisce suggestioni espressioniste, le reminiscenze lontane del fumetto underground, il tratto gentile evoluto da tanto fumetto intimista e confidenziale e l'esplosiva visionarietà lisergica e materica di certo fumetto fantastico e weird: ci sono sequenze in flashback, specialmente legate a memorie condivise con il fratello Phil, che ricordano David B. e in certa misura lasciano trapelare un'idea lontana di Charles Burns. Thompson si rivela artista flessibile a tutto tondo, in grado di padroneggiare con vera maestria visiva la gamma delle situazioni ed emozioni che la vita umana propone. Snodo narrativo fondamentale dell'opera, ed esistenziale per Craig, è il rapporto che si instaura e poi si chiuderà con Raina, segnando il riconoscimento decisivo dell'innata assertività del giovane: primo contatto con la sfera amorosa e con l'esperienza dei propri sentimenti relativi, gli dà modo di far apprezzare al lettore un'arte di raffinata sottigliezza espressiva, segnata da una recitazione mimica e corporea che in modi impercettibili e dettagli talvolta trascurabili lo immergono nelle emozioni e nelle sensazioni dei protagonisti.

Il ritratto - grafico e caratteriale - della ragazza risulta nello studio completo di una complessa, a tratti labirintica personalità femminile, tra ingenuità adolescenziali e le inaspettate durezze di un ingresso precocemente forzato nell'età adulta. Il disegno di Thompson si compone di mille sfumature e variazioni appena accennate, realizzando un lavoro che per delicatezza appare un etereo arabesco, e che per consistenza narrativa è un flusso di coscienza visivo. Il punto più alto di questa ricerca creativa si concretizza nella descrizione grafica dell'unico momento di intimità fisica tra i due giovani, in particolare nella rappresentazione del corpo e delle movenze di Raina, nella cui descrizione il disegno di Thompson si fa così realistico da diventare naturalistico, senza tuttavia perdere mai la figuratività idealizzata, angelicata e quasi astratta che Craig attribuisce alla ragazza: una sintesi tra fisicità materica e rappresentazione ideale che lascia storditi prima e più che ammirati.

Atto di passaggio tra la favola di formazione di Addio, Chunky Rice (sua opera prima) e l'ucronia fantastica di Habibi, oltre a essere il diario spirituale del processo di riconoscimento di sé dell'autore, Blankets è uno studio sociale su un pezzo di America, un Wisconsin non più davvero rurale e non ancora - forse mai - approdato a una compiuta modernità, generalmente lontano dai riflettori dei media e dell'industria culturale, visto attraverso gli occhi disincantati ma anche profondamente comprensivi di un figlio eccentrico della sua cultura, che probabilmente proprio per questo ha saputo esserne un interprete tanto partecipe e al tempo stesso inesorabile.


“Ogni volta, la mia voce non era nel coro.

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