Approfondimento

Braccio di Ferro. Un mondo di spinaci. Puntata III: La miniserie Vita degli anni ’60

di
Francesco Bertelli
pubblicato
27.06.2025
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8 minuti
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  1. Un piccolo passo indietro
  2. 1962: Arramba Caramba!
  3. Il genio di Liorni: da Betulla a Grissino, passando per Papà Trinchetto
  4. Il n. 12

Un piccolo passo indietro

Primo balzo temporale. Nel 1935, sul n.41 della rivista milanese Cine-Comico, appare – proprio nell’ultima pagina – Lo sbafatore gentiluomo, la primissima storia di Popeye in Italia incentrata sul suo amico mangione Poldo. Interessante è la traduzione in italiano di “Thimble Theatre” in “Teatro dei bei tipi”, scritto in maiuscolo su una striscia di titolo sopra alla storia composta da 11 vignette racchiuse in una pagina.
Gli albi di Braccio di Ferro n.1, 10 marzo 1939. A.P.I. (Anonima Periodici Italiani)

Secondo balzo temporale. Siamo nel 1939, e il 10 marzo – al costo di 50 lire – esce Braccio di Ferro e lo strano potere del Gip, edito da A.P.I. (Anonima Periodici Italiani). È con questa serie anteguerra che i direttori di A.P.I. consacrano per la prima volta la traduzione di Popeye in Braccio di Ferro. La serie sarà quindicinale e durerà per 13 numeri, fino al dicembre 1939 con Poldo Sbafini e lo sport.

Come si vede anche da questo titolo, il processo di italianizzazione che durante il periodo fascista caratterizzava tutti i personaggi dei fumetti importati da oltreoceano, era in piena attuazione attraverso A.P.I. che dal 1936 pubblicava una vasta gamma di periodici e fumetti. E, non è un caso, faceva parte del gruppo di Arnoldo Mondadori che pubblicava in Italia Topolino, acquistato nel 1932 da Nerbini. La serie di 13 numeri made in A.P.I. riguardante Braccio di Ferro rappresenta in sostanza, dopo la più breve esperienza di Cine-Comico, la prima possibilità per i lettori italiani di avere una serie tutta dedicata al personaggio creato da Segar.

1962: Arramba Caramba!


Ma esiste un prima e un dopo. Nelle due puntate precedenti abbiamo avuto modo di riscoprire la parabola finale delle storie del Braccio di Ferro italiano di fine anni ’90 e primi anni 2000. Ma, appunto, esiste un prima a tutto questo. Una sorta di scintilla da cui poi sarebbe partita una vera e propria rivoluzione tutta italiana intorno al marinaio Popeye. Quell’idea embrionale avuta dal gruppo di editori di A.P.I. all’alba della Seconda Guerra Mondiale, non venne sfruttata appieno, causa anche un conflitto  che sconvolse letteralmente qualsiasi buona idea editoriale del passato.

Negli anni ’60 Popeye era già un fenomeno incredibile negli USA, la sua gestione era passata dal genio di Segar prematuramente scomparso nel 1938 a Bud Sagendorf, che ormai teneva le redini del personaggio.

Ma in Italia? Arriva Bianconi? No. Non ancora, almeno.

Braccio di Ferro serie Vita. Il n.2 del 25 dicembre 1962. Disegno di Liorni

La scintilla, non sfruttata nel 1939, venne colta dall’editore Giuseppe Vita e da Massimo Liorni. Due nomi che spesso non vengono trattati quando ci accostiamo alla narrazione sulla storia del Braccio di Ferro made in Italy.

Questo binomio decide di dare alle stampe, a partire dal 10 dicembre 1962, una serie quindicinale denominata “Braccio di Ferro”. Il direttore responsabile, Liorni, sarà l’uomo tuttofare di questa edizione. Prezzo 100 lire e formato 18×24 cm, per un totale di 44 pagine spillate. La composizione di ogni albo era caratterizzata da una storia principale, interrotta da una breve storia centrale, e poi altre storie brevi prima della fine di ogni albo, con una storia di una sola pagina in quarta di copertina. Talvolta le storie totali potevano arrivare anche a cinque per albo.

A colpire subito sono le illustrazioni delle copertine. È tutta opera di Liorni, che decise di ricalcare le illustrazioni Sagendorf, vero leader e genio indiscusso degli anni ’60 del marinaio con gli spinaci. In alto a destra vi era la dicitura “Tutto a Colori”: una promessa non mantenuta. Infatti, solo al centro di ogni albo si troveranno brevi storie in quadricromia, mentre le storie principali erano in bicromia rosso e nero.

Liorni è anche il traduttore delle storie: sì, perché in questa miniserie vengono tradotte le storie americane scritte e disegnate da Sagendorf.

“Arramba Caramba” è il motto con cui Braccio di Ferro si presenta ai lettori, un’esclamazione ripetuta dal marinaio anche durante le sue avventure e creata da Liorni.

In seconda di copertina di ogni storia, troviamo proprio un testo redazionale con cui Braccio di Ferro in persona si presentava ai suoi lettori. Il significato viene spiegato nel n.3 del 10 gennaio 1963: “<<Arramba Caramba>> è per un vecchio lupo di mare, quale io sono, ciò che Ave era per Cesare e Saludos è per i messicani. <<Arramba Caramba>>, tanto per intenderci, è quella fantastica espressione dall’intonazione piratesca che ben si addice ad uno che, come me, è super-fusto dei sette mari! Capito adesso?”

Il genio di Liorni: da Betulla a Grissino, passando per Papà Trinchetto

N.3 serie Vita, 10 gennaio 1963

La serie quindicinale di Vita non avrà una vita lunghissima: terminerà, infatti, nel giugno del 1963 con il n.12. Ma in questo breve tempo ci sono stati molti momenti iconici, che hanno segnato l’immaginario e l’affetto dei lettori italiani di Braccio di Ferro.

Inizia qui un processo di traduzione e italianizzazione della serie che non ha nulla a che vedere con ciò che avveniva durante l’epoca fascista: se, negli anni ’30, vi era la volontà di censurare e di conseguenza “italianizzare” tutto ciò che proveniva dall’America, con Giuseppe Vita si inizia a creare qualcosa di nuovo. Qui, il binomio Vita & Liorni inizia a creare un qualcosa di diverso, che è l’embrione di ciò che accadrà con Renato Bianconi.

Un esempio è rappresentato dal n.2 della serie, datato 25 dicembre 1962.

Come storia principale abbiamo Braccio di Ferro parte per la Luna, una storia in bicromia divisa in due parti, entrambe presenti nell’albo. A

Ecco come venne tradotto da Vita e Liorni il futuro Pisellino: Betulla

pag. 19 si ha la prima interruzione, con una storia breve a colori intitolata Betulla e la balena: il nome Betulla è un’invenzione di Liorni per dare un nome al piccolo figlio di Braccio di Ferro, che in futuro diventerà Pisellino. È una scelta importante che poi non verrà seguita negli anni successivi.

Ma il momento storico arriva a pag. 29: con la storia Braccio di Ferro in – Un caro amico si ha la primissima apparizione del gigante Grissino.

La storia è tratta da un’idea di Sagendorf, ma è stata ridisegnata a pennino da Liorni. È proprio il direttore della serie ad intraprendere anche l’attività di disegnatore, ricopiando e modificando molte storie scritte e disegnate da Sagendorf. Ma non si limita, appunto, solo a questo: crea anche il nome di questo gigante buono amico di Braccio di Ferro che entra di diritto nel cuore degli appassionati lettori del personaggio.

La prima apparizione di Grissino. Invenzione di Massimo Liorni basato su una storia di Sagendorf. N.2 serie Vita 25 dicembre 1962

Questo di Grissino può essere considerato come uno dei primissimi tentativi di creare materiale “nuovo” del futuro Braccio di Ferro italiano. E fu Giuseppe Vita a fare questo passo. Interessanti sono i costosi tratti sfumati in bicromia di questa storia. Per chi fosse interessato a recuperarla, si segnala la bellissima edizione Braccio di Ferro n.1 dell’Editoriale Cosmo, uscito nel novembre 2020.

Altra novità ideata dal tuttofare Liorni riguarda il papà di Braccio di Ferro. Fino alla serie di Vita, lo vediamo nominato in modi diversi: “Babbo di bordo” oppure “Braccio di Legno”. Proprio Braccio di Legno era stata un’invenzione di traduzione ad opera della casa editrice A.P.I. di cui abbiamo parlato all’’inizio.

N.6 serie Vita, 25 febbraio 1963. Nel quadro alle spalle di Braccio, ecco per la prima volta il nome "Papà Trinchetto". Neologismo della coppia Vita & Liorni

Ma con il n. 6 di questo quindicinale, del 25 febbraio 1963, proprio nella storia di apertura (Braccio di Ferro racconta la battaglia per un trono), dopo una serie di brevi apparizioni in cui viene solo ed esclusivamente chiamato “papà”, vediamo Braccio di Ferro seduto su una seggiola che racconta a Betulla una storia: alle spalle dei due, appeso al muro, c’è una foto incorniciata proprio del papà di Braccio di Ferro, con sotto il nome: Papà Trinchetto. Ecco qui il neologismo creato da Liorni: da qui in avanti il nome di Trinchetto resterà per sempre come quello definitivo per il babbo di Braccio di Ferro e come nonno di Pisellino (nonno Trinchetto, appunto). Ciò verrà mantenuto anche da Renato Bianconi che, a partire dal 1963-1964, pubblicherà Braccio di Ferro e segnerà la storia in Italia del personaggio.

Il n. 12


Il 25 giugno 1963 esce il n. 12 della serie edita da Giuseppe Vita… e sarà l’ultimo. Tra le ultime modifiche che erano avvenute in corso d’opera si ha l’abbandono della rubrica “Arramba Caramba” e la sua sostituzione con “Oggi rispondo io” e un bel piccolo disegno di Braccio di Ferro impegnato a scrivere una lettera. La rubrica è diventata ormai da qualche numero un botta e risposta tra il marinaio ed i suoi giovani lettori.

La copertina dell'ultimo numero della serie Vita. N.12 , 25 giugno 1963

In questo ultimo numero c’è da segnalare una composizione mista dell’albo. Fino a pag. 18 abbiamo materiale di Sagendorf tradotto – e in certi frangenti ridisegnato – da Liorni; a partire da pag. 19 si hanno invece storie del 1937 scritte e disegnate dal creatore Segar, tratte dalle strisce domenicali degli anni ’30 del Thimble Theatre.

Infine, la quarta di copertina è sfruttata da una storia di quattro vignette disegnate da Sagendorf e una tavola finale “gioco” in cui il lettore deve riuscire a trovare all’interno di un labirinto – disegnato sempre da Sagendorf – la strada più breve per raggiungere chi ha rapito Betulla (alias Pisellino).

Ecco: qui si conclude un altro tassello della storia del Braccio di Ferro italiano. Un tassello che metterà le basi per il processo di rivoluzione totale che adotterà di lì a breve Renato Bianconi con il “suo” Braccio di Ferro, destinato a rimanere nel cuore di tante generazioni di giovani lettori.

Francesco Bertelli

Scrivo storie e mangio pane e fumetti

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