L’arte di contaminare le storie è antica quasi quanto quella di narrarle, e i drammaturghi di epoca greco-romana ne facevano già un eccellente uso. L’efficacia della contaminatio, al pari dell’improvvisazione - teatrale, quanto musicale - diventa però manifesta solo se si parte da una profonda conoscenza della materia di partenza.
Ancora una volta Mark Millar dà sfoggio (per Netflix) della sua versatilità in tale àmbito, approntando una storia simpatica che mischia allegramente vampiri e teen drama, strizzando con astuzia l’occhio a opere ormai entrate nell’immaginario collettivo, da Ragazzi Perduti a Blade, fino a Twilight passando per Buffy - tanto per citare i più noti – mentre più dappresso va fatta una doverosa menzione alla “mini-saga” vampiresca che Ruju a suo tempo architettò per Dylan Dog (cfr. qui e qui). Lo stesso titolo fa il verso al più noto Fight Club, sebbene in questo caso i collegamenti siano più labili.
Nella sostanza, Danny, Amy e Sam - di origini rispettivamente ispanica, asiatica a afroamericana, nel pieno rispetto dell’inclusività imperante - sono i classici adolescenti sfigati della provincia americana, i quali cercano di sfondare come YouTuber. Le conseguenze nefaste di uno dei loro gig porteranno Danny in ospedale in pessime condizioni; lì, verrà vampirizzato ad opera di un detective della polizia di Philadelphia, reso a sua volta creatura della notte da una banda di predatori succhiasangue di lungo corso.
Dimentichiamoci di tutta la stratificata mitologia che Boselli & Colombo hanno costruito attorno al loro Dampyr: Millar va sul sicuro, giocando continuamente sui rimandi alla cultura popolare contemporanea in materia di vampiri - il sole, i paletti di frassino, il non comparire su schermi e specchi ecc. - per concentrarsi invece sulle possibilità di commistione tra i vari generi. Ecco quindi che nelle sei puntate della mini-serie - pardon, nei sei capitoli - si susseguono e si alternano, tra gli altri: classiche (purtroppo) dinamiche di bullismo; un detective sotto copertura che continua la sua missione anche in questa sua “seconda vita”; l’altrettanto classico triangolo/quadrato amoroso (che però non può più permettersi il respiro narrativo che meriterebbe, per evitare di rallentare eccessivamente il ritmo); riferimenti espliciti a Marvel (Spider-Man) e DC (Batman); tizi badass con tanto di totem al seguito.
La (relativa) originalità sta nella scelta dei protagonisti di sfruttare il loro nuovo status per fare soldi, quasi una eco lontana degli heroes for hire, ma ben presto diventa chiaro che, per quanto si vogliano esplorare nuove strade e sperimentare nuovi linguaggi, non ci si potrà mai allontanare più di tanto dal granitico, stanleeiano mantra “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Proprio per questo motivo, la scelta di narrare alla fine la “solita storia” pur dando l’impressione di star facendo qualcosa di diverso, sacrifica non pochi spunti sull’altare della contaminazione: chi è/era Bloody Mary? Danny e i suoi amici sono davvero gli ultimi vampiri rimasti? Qual è (se c’è) l’origine di questo fenomeno? E via andare. Da ultimo, la vicenda si conclude con un “gancio” a eventuali sviluppi futuri.
Sul versante grafico, Juanan Ramìrez dà ancora una volta prova delle sue abilità dopo le sue recenti fatiche presso la casa delle Idee (Darkhawk, Genis-Vell: Captain Marvel). Il suo è un tratto molto ben definito, capace anche qui di creare il giusto mix tra ascendenze della cosiddetta “linea chiara” belga, da un lato, e il marcato dinamismo proprio del linguaggio visivo supereroistico statunitense, dall’altro, un po’ sulla scia di Gene Ha (Top 10). Inoltre, la e-tavolozza di Fabiana Mascolo richiama in qualche modo le sensibilità di Simone De Meo (Li troviamo solo quando sono morti). Da notare la scelta dei cromatismi: per un’opera che parla comunque di vampiri, la palette usata vira spesso sui colori chiari, con particolare predilezione per il giallo, usato a campitura come sfondo a sottolineare passaggi di trama particolarmente intensi.
In ultima analisi, va ricordato che, specie nel mercato fumettistico americano, al di là delle principali mitologie di supereroi, gli autori di comics si cimentano spesse volte su serie autoconclusive - anche se, come pure in questo caso, la tentazione è sempre forte di lasciare spiragli aperti per possibili futuri, che si tradurrebbero in possibili ulteriori guadagni. È un approccio molto diverso da quello più europeo-centrico, maggiormente legato al concetto di graphic novel a sé stante, perché in maniera più o meno velata l’intento rimane sempre quello di creare delle IP (intellectual properties) che, a seconda del riscontro da parte del pubblico, abbiano già le carte in regola per tornare - puntando poi in maniera più marcata ad un’operazione di world building. Questo (pur legittimo) modo di fare lascia però in parte il lettore con un senso di incertezza: l’opera che sto leggendo è l’ennesimo one-shot partorito dalla fervida immaginazione di uno scrittore di indubbio talento, o un tentativo di “prima parte” di un nuovo universo narrativo che riuscirà/non riuscirà a vedere la luce nel medio periodo?
Spoiler: per “Night Club” la risposta è già sulla pagina Instagram di Juanan ;-)




