dall’archivio di uBC · 1996–2016Recensione

Atto III: Perché fare le cose per bene? Fracasso tutto!

David Murphy 911 n.3 “Ecoterrorismo” · la resa dei conti

pubblicato
15.07.2009
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9 minuti
Copia anastatica dell’originale
in questa pagina · 4 sezioni
  1. Che razza di eroe sono?
  2. "[..] non c’è nessuno per farlo al posto mio" (DM n.3)
  3. Kablam! BrakaBrakaBraka! (DM n.4)
  4. In conclusione... Al galoppo, Silver!

Le prime due parti di questo articolo sono visualizzabili in Atto I e Atto II

Che razza di eroe sono?

Nei guai ci siamo, fino al collo! Ed ora?

Ora che David sa bene del suo potere, ha conosciuto i cattivi e si è arreso (?) all’idea di essere "eroe", si prepara ad un nuovo giro in giostra: se infatti fino a questo momento nei guai ci era capitato suo malgrado, adesso non serve nemmeno che glielo chiedano; così, finto amareggiato, si tuffa nella mischia. La domanda però rimane: che tipo di personaggio abbiamo davanti?

Eppure da principio pare che Recchioni segua alla lettera i paradigmi identificati da Joseph Campbell (così come ha fatto George Lucas prima di lui), presentandoci così, nell’ordine: la chiamata dell’eroe con il ricevimento del dono dopo la morte del padre; la prima prova di coraggio con il dirottamento aereo; la consapevolezza del proprio potere appresa dal confronto con i cattivi. David appare quindi - secondo copione - dapprima titubante, ironico e maldestro, è quello che non vuole essere vestire il ruolo dell’eroe, ma che ciononostante ci si ritrova invischiato, e allora risolve in maniera grossolana e ironica i guai in cui inciampa: in pratica, una persona normale con normali problemi (e normale intelletto) che incappa in situazioni troppo grandi, e le interpreta con quella "tu chiamala se vuoi..genuinità" della persona comune - anzi, dell’americano comune - pronta a fare la cosa giusta se necessario, con buon senso civico e tanta solidarietà la quale, tra le altre cose, mostra d’essere contagiosa. Ne segue il confronto con i cattivi e la rivelazione del proprio potere con conseguente passo in avanti e scelta di campo.

A volerla dire tutta, però, in questa seconda parte della mini-serie qualsivoglia tentativo di analisi appare soccombere ad un personaggio (ed al suo autore dietro di lui) che, per quanto se ne voglia dire, continua laconicamente solo a fare finta di voler giocare il ruolo della "persona comune che si trova a fare l’eroe, ma non vuole farlo, allora significa che è un antieroe, ma neanche questo gli va bene perché in tutti i film e telefilm quando uno fa l’antieroe in realtà è più eroe degli eroi, e allora lui vuole fare qualcosa di diverso, ma siamo nella realtà amico e non posso essere in un film o telefilm e allora lo faccio ma non so bene che cosa però lo faccio lo stesso, ma non venitemi a parlare di eroi e antieroi sennò scatta il confronto con Bruce Willis e Terminator e allora io non ci azzecco niente perché sono una persona comune che si trova a fare..." etc etc.

Vogliamo allora mischiare le carte a metà partita? Nulla in contrario! Peccato però che quelle buone siano già state utilizzate!

"[..] non c’è nessuno per farlo al posto mio" (DM n.3)

Il terzo giro di giostra si chiama "Calamaro Colossale": dopo l’aereo e la stazione petrolifera, infatti, questa volta David riscopre il suo spirito ambientalista che lo porta ad impegnarsi anima e corpo per salvare il mollusco dai "cattivi" militari, e apparentemente solo perché "non c’è nessuno per farlo al posto mio". A missione compiuta abbiamo però l’analisi di quello che è stato fatto con la nuova inversione che Recchioni pensa per il suo personaggio: dopo essersi comportato più o meno da eroe, David puntualizza al suo mentore Chang di non voler "essere" un eroe. Continua poi chiarendo che a lui del suo potere e del mondo interessa poco, e che quello che vuole e poter tornare dalla moglie. Prima però di arrivare a questo nuovo paradigma mitopoietico, cioè il confronto con quello che realmente l’eroe desidera, è necessario soffermarsi sulle motivazioni di tali oscillazioni nella fenomenologia di David Murphy.

DM 3 · Una delle tante volte in cui David salta e grida "Geronimo" · (c) 2009 Panini S.p.A.

La mancanza di una decisione e di un identità precisa del personaggio porta ad un disorientamento capillare che finisce per investire tutti i livelli della storia. L'idea di base di un personaggio ispirato all'eroe dell'action movie degli anni '80, disincantato, senza superpoteri, sfacciato e fracassone (e inevitabilmente ammerecano) è sicuramente il punto di partenza. Con tale stereotipo Recchioni gioca più volte, alla sua maniera, con rimandi, citazioni (ovviamente tante e diverse) e metafumetto, tentando nel frattempo di differenziarsi, di creare una sua strada all'eroe moderno miscelando i generi. Da principio il progetto tiene, ma in quest’albo finisce per farsi prendere la mano, avvitandosi in una spirale che, tra continue inversioni, porta prima alla noia, poi alla confusione, arrivando infine a negare, come si vedrà nell'ultimo episodio, alcune delle premesse che identificano il carattere e il pensiero del personaggio.

“La mancanza di una decisione e di un identità precisa del personaggio porta ad un disorientamento capillare che finisce per investire tutti i livelli della storia.”

Se la figura dell'eroe si smaterializza e si confonde, accanto a questo la sceneggiatura si semplifica, diventando molto più lineare e perdendo così quello slancio creativo che tanto aveva interessato negli albi precedenti. Niente più salti nella narrazione o giochi di camera, se non qualche retaggio nella prima parte dell’albo, bensì un normale incatenarsi di eventi, dalla comparsa del mostro alla sua sconfitta (con salvataggio della bella incluso), quindi un doveroso momento di raccoglimento e poi il nuovo problema, quello finale. Così facendo la storia diventa un semplice incatenarsi di insegui e spara, carica di spettacolo e azione - la scelta delle inquadrature si conferma ancora una volta ipertrofica ed "esplosiva" - , ma priva di coinvolgimento e interesse: ne è emblema il cliffhanger finale, più spettacolare che realmente appassionante, anzi, essendo l’ennesimo nuvolone di polvere dal quale compare (in questo caso "comparirà", nel prossimo numero) la sagoma del protagonista, più che con trepida attesa si chiude l’albo con malcelata noia.

Kablam! BrakaBrakaBraka! (DM n.4)

È il succo dell’ultimo albo, che poi rovinosamente si impone come "mood" dell’intera mini-serie.

Facciamo il punto della situazione..David scampa, ancora una volta, ancora rocambolescamente, alla morte. È adesso completamente fuori controllo, non gli importa più di nulla e di nessuno. Arriviamo così al sesto paradigma dell'eroe, il confronto con ciò che questi veramente desidera, e cioè trovare sua moglie e salvarla - e nel frattanto, se gli capita, provare anche a sterminare i cattivi. Come e con chi raggiungere tale obiettivo è solo un dettaglio, tanto più casino si fa meglio è.

La storia dunque riprende, dopo il divertissement dello scorso episodio, il percorso fino ad ora tracciato. Sembra ci si prospetti una finale dignitoso che concluda i discorsi aperti e finora analizzati, ma da subito notiamo che scompare, in primis, la retorica fin qui imbastita sul concetto di eroe. Tutto quello su cui Recchioni ha giocato fino ad ora (leggi: "fenomenologia di David Murphy") viene ignorato con calibrata puntualità; vediamo così David impugnare le odiate armi, imbronciarsi in abusate pose da duro con il compare pistolero e sua moglie (i quali tra l’altro falliscono nel loro tentativo di presentarsi come dii ex machina), uccidere a sangue freddo il cattivo e andarsene in sella al bianco destriero senza aver capito nulla ne di sè nè del mondo, elemento questo che, al contrario, dovrebbe costituire la chiusura del cerchio, cioè il quinto ed ultimo paradigma: i giochi sono fatti, mondo ed eroe sono trasformati.

DM 4 · Una delle tante volte in cui David spara. · (c) 2009 Panini S.p.A.

Purtroppo però, ben lungi da quanto avviene ad esempio in Preacher, il cambiamento non c'è e così tutti i fili finora tessuti rimangono ammassati nell’ordito: la sceneggiatura si rivela ripetitiva, oltre che farraginosa in più di un punto, a scapito di una corretta comprensione della sequenza degli eventi; l’intero albo manca di coesione interna, riducendo il tutto ad una sequela di azioni in cui, fossimo al cinema, gli stunt si ritroverebbero a fare gran parte del lavoro; i dialoghi, che ormai han perso la verve (auto)ironica dei primi episodi, risultano ridondanti e artificiosi; anche i disegni mostrano la corda, e tanto nella prima metà della serie erano stati dinamici, precisi e ed efficaci, tanto qui cominciano a cedere verso un tratto più abbozzato, meno definito, quasi superficiale o frettoloso, per quanto comunque ancora espressivi e funzionali.

“il cambiamento non c'è e così tutti i fili finora tessuti rimangono ammassati nell’ordito”

E non si tratta solo della necessità di un aiuto esterno per concludere in tempo l’intero ammontare delle tavole, quanto di un depauperamento in termini di cura dei particolari: vuol dire che, se nei primi due numeri i finanziamenti per il ricorso alla CGI si sprecavano, adesso gli attori sono stati ripresi così come appaiono nelle sessioni recitative sul telo bluastro, smascherati nella loro virtualità, nella loro scarna imitazione di azioni ed emozioni, alle quali gli addetti agli effetti speciali avrebbero poi donato in post-produzione nerbo e ragion d’essere. Parallelo il discorso per le copertine: se la prima aveva "venduto" bene il personaggio presentandolo con garbo e la seconda ci immergeva con efficaci effetti nel vivo della serie, la terza anche se gioca ironicamente con i riferimenti letterari e le pose da duro non arriva a farlo in modo compassato finendo per divenire monumento autocelebrativo. L'ultima copertina, in fine, va a ricongiungersi gloriosamente a quella decadenza che già avevamo seguito in Dedective Dante (Quasi identica l'iconografia con profilo, bandiera e pistolone), prefigurando un epica che in realtà manca completamente. L’idea complessiva che rimane dell’albo è dunque quella di uno smaterializzarsi sia dei personaggi sia dei fini della storia, e tutte le buone intenzioni iniziali, quelle cioè che volevano costruire un eroe interessante e divertire con un ironico gioco sui generis de generibus (ossia originale ma ben collegato alle proprie fonti di riferimento), si perdono nell’ultima pagina lungo la classica strada dell’inferno, come recita il detto.

In conclusione... Al galoppo, Silver!

Diciamolo: l'idea era divertente, il serbatoio di idee da cui attingere anche, e così nella prima metà la mini non si è risparmiata nello sforzo di gettare le basi per qualcosa di interessante e davvero efficace, nonché per certi versi coraggioso. Nella seconda parte, un po' per la voglia di strafare, un po' per negare e discostarsi da quanto era stato detto e creato si finisce per perdere l'identità di un lavoro che altrimenti sarebbe stato davvero piacevole e godibile. Non che non lo sia stato (anche se a tratti), ma purtroppo, a mini conclusa, si ha l'impressione di non aver letto altro che l'ennesima variante di John Doe (così come, a suo tempo, la medesima sensazione si era già provata con Detective Dante): va però sottolineato che questa variante di JD, oltre a conservarne tutte le pecche, soffre in più della totale mancanza di fascino che invece era dote innata dell’ex braccio destro di morte.

Quello che rimane è l’idea che ci possa essere la possibilità, viste queste premesse, di poter produrre, in futuro, un buon "fumetto d’azione", con rimandi puntuali ad una cultura di genere molto affascinante. Le basi per una buona riuscita sono molte, il tutto starà nell’evitare di perdere il controllo, di farsi prendere la mano da certi manierismi colpiti da chissà quale (purtroppo già nota) voglia di strafare.

Pasquale Laricchia

Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre.

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