dall’archivio di uBC · 1996–2016Recensione · Eroi Bonelli

Checché ne dica Brecht

Julia n.34 “Il prezzo della libertà”

pubblicato
circa dicembre 2001
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5 minuti
Copia anastatica dell’originale
: voto originalescala 1–7
Soggetto5/7
Sceneggiatura6/7
Disegni5/7
globale73%
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Testi

Avete presente Seven? Massì, quel film con Morgan Freeman, e il biondino, lì, com’è che si chiama? Ecco, appunto, Brad Pitt, quello lì. È un thriller, incentrato sulla figura di un serial killer che ne ammazza uno dopo l’altro ispirandosi ai sette peccati capitali. Seven, appunto. Bhé, non è che sia un’idea originale, Vincent Price ne ha recitati mille, di film con questo spunto... Però il film funziona lo stesso, e alla grande. Se non fosse per il finale. Insomma, il film funziona perché è di grosso impatto visivo: scuro, buio, sporco, piazza le sue immagini senza filtri, direttamente sulla rètina degli spettatori; e ne esci con gli occhi pesti. E te lo ricordi, giuro che te lo ricordi. Bello Seven, come film. Se non fosse per il finale. Okay, potremmo discuterne per giorni, e forse avreste ragione voi, alla fine, forse davvero quello era l’unico finale possibile, però... Quel finale ti lascia un “però” grosso così. Il fatto è che comunque la rigiri il poliziotto ha perso. No, non ve lo racconto quel finale (ma chi è che non ha visto Seven?), ma il poliziotto alla fine perde. E il serial killer, nonostante tutto, vince, realizza il suo capolavoro. E io esco dal cinema che avrei voluto un altro finale. Punto.
Già, perché, checché ne dica Brecht, io sono “una terra che ha bisogno di eroi”. Sfortunato o no, è così. E allora quel finale non appaga il mio bisogno di eroi, cribbio.
Esattamente come questo Julia.

Due numeri da sballo, tensione narrativa impeccabile, situazione già nota ma gran lifting, torna nuova e ti inchioda alle pagine, come carta moschicida, e la mosca sono io. Il fatto è che, non so voi, ma io amo le storie con ambientazione carceraria, mi fanno tanto Tim Robbins e Morgan Freeman (ancora lui!) sulle ali della libertà... E poi mi intrippano anche le storie di evasioni: bisognerà dire a Jack Folla che fuggire da Alcatraz si può... E adoro i road movie, ovviamente, e il Rutger Hauer di The Hitcher delle volte me lo sogno di notte... Insomma, io da questo Julia avevo tutto quello che potevo desiderare, quanto ad elementi narrativi; e poi dite quello che volete, ma il signor Berardi, quando sceneggia, lo fa da Dio, perché è uno che sa come si fa a raccontare con le immagini, è uno che sceglie le inquadrature giuste, e fa vibrare la pagina, e ti ci inchioda lì, come con la carta moschicida; sì, sì, lo so, l’ho già detto, ma il fatto è che è così. E allora, com’è che questo Julia non mi diventa un capolavoro? Eh, cribbio!, ma guarda checcavolo di finale!

Allora, come prima cosa ha ragione il mio amico Salva: mi devono spiegare come mai il killer va a casa della cognata; cioè, lasciamo stare la credibilità del fatto che un killer efferato salvi un bambino da una strage compiuta per “regalarlo” alla cognata che ha perso un figlio, o la credibilità del fatto che dopo anni di carcere questo qui si trova a dormire di fianco a Julia e a malapena le tocca le tette, per non parlare del fatto che ammazza tutti ed è gentile solo con Julia; no, voglio proprio sapere come mai questo scappa e va a portare la polizia (ché lo sa che lo beccano, non può non saperlo...) proprio a distruggere quel segreto che ha conservato fino a quel punto; vuoi suicidarti? E fai pure; oddio, magari se prima non ammazzi tutta quella gente, te ne siamo anche più grati, però vedi tu. Ma andare a finire proprio lì, con quanti chili di stupidità si spiega? E poi, l’ultimissima scena; nel suo giorno di ordinaria follia, Orrin Blake si suicida facendo il gesto di estrarre una pistola davanti a decine di poliziotti, la cognata in prigione, il bambino in orfanatrofio.

Disegni

I disegni sono come sempre: precisi, funzionali alla narrazione, felici nella caratterizzazione delle espressioni del volto, perfetti nello story telling, umili nel voler solo rappresentare ciò che si racconta. La storia è doppia, i personaggi, anche semplici comparse, sono molti, e la fatica dei disegnatori, Enio e Piccioni, è tutta nella resa di questi volti, tutti diversi, tutti espressivi, mai anonimi. Come già più volte scritto da queste parti, questa scelta di funzionalità narrativa paga un po’ in termini di spettacolarità o di personalità del tratto; è difficile commentare i disegni di Julia senza ripetersi. Qualcuno parla spesso di omologazione stilistica dei disegnatori, ma la verità è che questi disegni sono proprio come andrebbero fatti, e forse è proprio il lettore che deve sforzarsi, a volte, di fare un po’ di fatica interpretativa, di fermarsi a guardare nei particolari una vignetta che non vuole rappresentare particolari, ma mira all’essenziale; quell’essenziale che, secondo SaintExupery, è invisibile agli occhi. Ma a leggere questi disegni con la mente, invece che con gli occhi, non si resta meno gratificati che con i disegni di artisti dal tratto più caratteristico e spettacolarizzato.

Globale

Probabilmente non sono queste le più belle copertine di Marco Soldi, che per questa serie ha realizzato autentici capolavori; qui il primo numero sfoggia un grigio dominante di cupa espressività e volti di rara intensità, dallo sguardo di Julia alla smorfia di dolore di Webb; ma la seconda presenta una scena in un improbabile azzurrino di sfondo e immortala, un po’ staticamente nonostante la posa plastica, Julia in un gesto quasi deformato, con una sorta di esagerazione nelle linee di movimento dell’automobile, che, nell’intento di esprimere dinamismo, in realtà “freezano” l’immagine.

GP
Giuseppe Pelositutti i suoi articoli