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Lettera aperta a Spiritelli

pubblicato
30.01.2000
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4 minuti
Copia anastatica dell’originale

Caro Spiri,

ho molto apprezzato il tuo intervento sulla Storia del West di D'Antonio, un autore che apprezzo molto da lettore e da professionista, e che reputo un maestro. Tuttavia una tua affermazione mi ha lasciato molto, molto perplesso.

Parlando della narrazione di D'Antonio, scrivi: "È il vero punto di forza della serie. Nello spazio di un albo D'Antonio riesce a raccontare un intero "film" a fumetti e non, come la maggioranza dei suoi colleghi di allora e di oggi, un "telefilm"."

Potrei anche essere d'accordo sulla sostanza dell'affermazione che D'Antonio è un maestro della sintesi (gli episodi della SdW si articolano su archi temporali lunghi, a differenza, che so, delle storie di Dylan Dog), ma mi sembra che trapeli dalle tue parole un giudizio di valore, più che una constatazione di fatto. Come se fosse un merito, in sé, raccontare un film e non un telefilm.

Insomma, a prima vista i casi sono due:

a) Ne facciamo una questione temporale? Allora è più bravo chi "nello spazio di un albo" racconta una storia che in realtà si svolgerebbe in un mese anziché in una settimana? Ma nella prateria non c'erano le automobili e non c'erano i telefoni. Per spostarsi e per comunicare occorrevano giorni, mesi. C'erano i cavalli, e al massimo i treni. Mi sembra scontato che un'avventura nel West, almeno nella maggior parte dei casi, si svolga in un arco temporale più ampio rispetto a un'avventura in una metropoli di oggi. Se io condenso in un albo Bonelli una storia che dura un anno o due sono più bravo del mio collega che racconta un giallo che si svolge nell'arco di due ore?

b) Ne facciamo una questione di gerarchia estetica? Un film è migliore ipso facto di un telefilm? E perché mai? Tutti i telefilm sono prodotti subculturali, rozzi, plebei, in quanto telefilm? Un film è sempre bello solo perché è su pellicola e non su nastro magnetico? Se attingo a un film di John Ford faccio un fumetto necessariamente migliore del mio collega che attinge a un episodio di "Miami Vice"? E se io non mi ispiro a un telefilm ma a una situation-comedy, che posto occupo in questa gerarchia? Se scrivo una soap-opera sono relegato irrimediabilmente nei gironi più bassi della subcultura?

Sai, mi ricordo con orrore del tipo che aveva scritto che i disegni di un certo fumetto americano erano così belli che "sembravano quadri". E qui io sento puzza di razzismo culturale. Un fumetto è bello se somiglia a un quadro, eh? E allora un quadro per essere bello a che cosa deve assomigliare? E se un bravo sceneggiatore di fumetti è così bravo che "sembra che scriva un film", allora uno sceneggiatore di cinema a cosa deve assomigliare per essere bravo? Me lo chiedo perché, sai, non ho mai letto in una critica cinematografica che "David Mamet è così bravo che riesce a raccontare nei suoi film un intero albo Bonelli, anziché una graphic-novel di 48 pagine." E nemmeno: "Tom Stoppard è così bravo che riesce a raccontare un'intera opera lirica, e non un'operetta".

Ora, scusami i paradossi. Naturalmente penso di avere capito cosa realmente intendi dire: immagino che tu voglia dire che la SdW ha in sé le suggestioni di certo cinema "epico", di grandi spazi e forti sentimenti, che tutti amiamo; e che non ha -ma d'altronde non avrebbe potuto avere, viste le sue caratteristiche editoriali - la ripetitività, il kitsch e una certa beceraggine tipica di certa produzione seriale che è tipicamente televisiva (almeno, oggi. Negli anni 30 non c'era la tv, ma il kitsch e la ripetitività c'erano lo stesso, al cinema e nei libri…)

Con tutto ciò, credo che sia ugualmente sbagliato, fuorviante e criticamente "pericoloso" fare quello che tu fai implicitamente: cioè suggerire l'esistenza di graduatorie tra i vari mezzi espressivi e i vari generi.

Questo significa perpetuare l'errore di fondo di chi vedeva la tragedia automaticamente superiore alla commedia, l'opera teatrale superiore a quella cinematografica, la musica di Beethoven superiore a quella dei Beatles, la letteratura "scritta" superiore alla "letteratura disegnata", il fumetto delle riviste (o "d'autore") superiore a quello seriale (o "popolare")… e l'elenco potrebbe continuare, temo.

Se il nuovo millennio si deve portare via le cose vecchie, che si porti via anche questo stantio razzismo culturale, che ogni tanto fa capolino, inaspettatamente, anche nelle parole di un critico illuminato.

Un cordiale saluto da

Michele Medda

P.S.: A te, come a chiunque legga questa lettera aperta, consiglio la lettura di "Misery" di Stephen King: non tanto per la pur bella trama "thrilling", ma per il dibattito interno dello scrittore protagonista, culturalmente razzista nei confronti di se stesso e della sua opera.

MM