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Soggetto · 4/7 — Luigi Mignacco
Dietro al bancone il barman Mignacco. Nello shaker finiscono nell'ordine: una spruzzata delle commedie agrodolci di Frank Capra, un po' di cronaca nera contemporanea, una scorza di violenza tarantiniana, un misurino di retorica sui ricchi annoiati. Annaffiare con abbondante dosi di azione alla Mister No e servire ghiacciato: ed ecco pronto "L'intrigo". Una trama costruita per accumulazione ed incastro di suggestioni e materiali eterogenei, che tuttosommato risulta piuttosto avvincente nella sua imperfezione. Proviamo ad analizzare più in dettaglio i vari elementi:
Frank Capra: atmosfera natalizia, il contrasto tra personaggi della upper-upper class e i diseredati dei vicoli, un'evidente strizzata d'occhio a un classico come "Arriva John Doe" (e al suo pseudo-remake "Eroe per caso" di Stephen Frears). Il ladruncolo che da il la alla vicenda si chiama non a caso John Capra .
La cronaca: Mignacco riprende il triste caso dei teppisti che si accaniscono contro i senzatetto, sfruttandolo in maniera consona alla serie. L'attualità si incrocia infatti con l'atteggiamento punitivo della serie (che rispecchia le idee di Jerry) nei confronti dei riccastri, presso cui sembrerebbe annidarsi più marciume che nelle altre classi sociali. Jerry vive una storia simile a quella vista nell'episodio "Belve umane" (nn.196/198): rimorchiato da una bella testolina cui non può dir di no, si ritrova in una festa di snob impomatati. Altra analogia: uno dei cattivoni, in quella storia come in questa, se la lega al dito perchè finisce sfigurato da cocci di vetro (anche se nella storia di Nolitta il "colpevole" era Dana Winter).
la violenza: piuttosto cruenta è tutta la parte finale dell'episodio, con gran messe di morti "sparati" e di pistole spianate; c'è persino un incedio purificatore. Il sanguinaccio alla Tarantino incontra la suspence hichkockiana.
Un avventura piuttosto amara che conferma una certa vena crespucolare e tristanzuola del Mister No newyorkese. Mignacco si sbatte troppo per stupire con colpi di scena a raffica nel finale e la vicenda perde di linearità e plausibilità.
Sceneggiatura · 3/7 — Luigi Mignacco
La ricerca dell'effetto sorpresa tradisce Mignacco: per rimpolpare l'intrigo organizza un cast di personaggi che sfoggiano scarsa plausibilità nella motivazioni e una buona quantità di luoghi comuni.
La famiglia Fitzroy: i soliti ricchi capricciosi, indolenti, annoiati, isterici. Sono tutti così?
Zelda: veramente gratuita l'uccisione del fratello nella serra. E' del tutto inverosimile che, pur di fronte all'orrore della verità, una ragazzetta senza nerbo scarichi un intero caricatore sul fratello. E quel finire a letto con Jerry, così, di botto? Forse perché fuori nevicava e la neve fa tanto romantico?
Il Capitano Hoogan: perché inventarsi questa forzatura del "padre putativo" che protegge i suoi figliocci degenerati? Non era molto più semplice e comprensibile nascondere l'intoccabilità dei Fitzroy dietro il prestigio sociale (come d'altronde traspare dal dialogo finale tra Jerry e Patricia).
Paddy: nel n.261 appariva come un povero barbone completamente schizzato, perso nei suoi deliri, malandato fisicamente. Ora si improvvisa detective, pedina i cattivoni, salva Mister No (con cui aveva scambiato quattro parole in croce: a cosa dobbiamo tutto questo zelo?). Sì, continua a vedere demoni, angeli e trombe del giudizio, ma sembrano deliri appiccicati con lo sputo su un tipo perfettamente sano...
John Capra: è il charachter meglio costruto, con le ambiguità di dropout dal senso morale assai striminzito. Peccato che sconta troppe somiglianze con il Gary Cooper di "Arriva John Doe" e con l'Andy Garcia di "Eroe per caso".
Qualche dialogo brillante alla maniera di Mignacco, ma complessivamente una sceneggiatura troppo traballante.
Disegni · 6/7 — Marco Bianchini
Abbandonata la deleteria collaborazione con Di Bernardo, vista sul n.253 "Un giorno da cani", torna una della colonne della serie, con un numero tutto suo. Graditissimo ritorno per i suoi bianchi e neri alternati con contrasti molto netti, anche se stavolta Bianchini si produce persino in gradevoli puntinature, quasi delle mezzetinte (guardate gli effetti per dare profondita al busto di Jerry infagottato in un maglione scuro). Belli come sempre i suoi volti: perfetto come al solito quello di Mister No, e grande il glamour infuso in Zelda (che Bianchini sembra modellare sulle fattezze dell'eterea Audrey Hepburn). Il volto di Harvey Fenner pare invece interpretato in maniera differente da Suarez, e diventa un po' meno keiteliano.
Copertina · 2/3 — Roberto Diso
Più Diso si lascia definitivamente alle spalle la splendida linea chiara degli anni 80, meno mi piace l'interpretazione del volto di Jerry nelle cover (come disegnatore la sua nuova "sintesi" dà invece risultati apprezzabili). La colorazione è anche piuttosto piatta e mosciarella. Una copertina decisamente dimenticabile.
2/3
Intrigante come sempre la posta di Sergio Bonelli che, rispondendo a una lettera, non pone veti a un possibile futuro viaggio di Mister No verso l'Australia (ma l'America resterà base del nostro per un bel po', don't worry). E un lettore segnala una curiosa citazione anacronistica infilata da Marzorati nel n.256. Un solo appunto: non era proprio possibile programmare quest'episodio per il mese di Dicembre? Con la caldazza e l'afa di questo torrido giugno, la neve dell'albo suscita non poca invidia...





